Capitolo IX - Il sorriso accecante del Padrino: James Brown
- Gian Luca Verga
- 5 days ago
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Un sorriso a 270°, luminoso, abbagliante lo dispensava “The Godfather of soul” al termine di ogni risposta: James Brown! Colui che ha modificato il destino della musica afroamericana mettendo a punto negli anni ’60 una macchina musicale portentosa che macinava quel funky primordiale, selvaggio, irresistibile, contagioso che avrebbe invaso il mondo e raccolto ovunque proseliti nel corso del tempo.

Nel 1993 il “Padrino” è annunciato al Centro esposizioni di Lugano. Due giorni prima invece è in scena a Milano. Mi attivo ottenendo l’intervista a “sua santità”. A Milano ovviamente, così da poterla lavorare per la diffusione alla vigilia del concerto luganese. Tra gli amici di allora coinvolgo il collega del Corriere Umberto Savolini; spesso eravamo inseparabili sodali nelle scorribande soniche. Lui non parlava inglese e mi propongo di tradur le sue domande. Partiamo quindi da Lugano arrivando giusti, giusti all’albergo meneghino dove Mr. Dynamite dormirà il sonno dei giusti. E aspettiamo. Eccome se aspettiamo. Inganno il tempo con uno degli organizzatori dell’evento, “Harlod & Maude”, sempre più preoccupato da questo bizzarro, inspiegabile ritardo. Ad un certo punto si ferma un bus, quello della band. Scendono sguaiatamente musicisti e crew: uno spettacolo chiassoso e sgargiante di uomini e donne vocianti e colorati nel loro abbigliamento modello Huggie Bear. E accarezzi per un momento l’illusione di vivere scampoli di Harlem. Lui arriva poco dopo; lo vediamo scendere da un limo nera dalle dimensioni esagerate. Rinfrancati non ci resta che attendere. E i minuti passano. Eccome se passano, moltiplicandosi. E di James neppur l’ombra. Rimaniamo nella hall in attesa ai margini di discussioni che si fanno vieppiù accese tra management e organizzatori locali. Come nulla fosse, di punto in bianco la crew scende in strada, risale sul bus e riparte: destinazione Lugano. Concerto milanese annullato.
Tra lo sgomento generale rinforchiamo l’auto e rientriamo; poco male: il tour manager conferma la nostra intervista la sera stessa allo Splendide di Lugano. All’orario convenuto ci presentiamo davanti a un Mr. James Brown in tutto il suo splendore. È comodamente seduto in una poltrona che tra stucchi e ori pare un trono. Una signora esagerata nel trucco e nella “mise”, gli pettina con amorevole dedizione il parruccone che porta, cotonando e sprayando la chioma posticcia. James Brown, si proprio James Brown ci saluta con un sorriso accecante, avvolto dai vapori della lacca. Ci fa accomodare chiedendo acqua e tartine per noi. Qualche convenevole di rito e attacchiamo le chiacchiere. È brillante, presente, lucido, disponibile; incurante della corpulenta “mamie” che con cura maniacale si destreggia imperterrita tra lacche, pettini e spazzole. Suda James Brown, stretto tra un completo da gangster e due chili di parrucca sulla capoccia. Suda e il volto gli brilla trasfigurandolo. La mente corre all’iconico “Reverendo Cleophus James" colui che permette a Belushi di vedere la luce durante la più straordinaria funzione religiosa della storia del cinema. Pare in una dimensione ultraterrena tra vapori e gocce che gli imperlano il viso. E uno sguardo acceso, penetrante. E nonostante di tanto in tanto la lingua litighi con la dentiera biascicando parole incomprensibili parla, sorride e si diverte con quella voce che gli sgorga strozzata dalla gola. E racconta. Di orgoglio razziale di cui si reputa una bandiera per quanto fatto negli anni per la comunità nera. E di soul che è una chiave per interpretare la vita. Che poi sia blues, funky o rap poco importa. Fiero, inoltre, di esser l’artista più campionato dalle giovani generazioni che attualizzano la black music e il suo funky con gli allora nuovi linguaggi del rap. Ma che poi, sottolinea, a ben vedere tutti si sono formati e sono cresciuti studiano sui suoi testi. Ma anche di gioventù e dell’impegno che profonde per l’educazione dei giovani. Conoscenza, educazione e cultura erano la sua ricetta per le giovani generazioni. Al termine, dopo una buona mezz’ora ci congediamo, non prima che un colosso di due metri per due in giacca e cravatta mi porga un foglio presentandosi. È l’avvocato, o uno degli avvocati della “Leggenda” che necessita una firma che certifichi che mai e poi mai utilizzerò l’intervista, integrale e non, in contesti che non siano quelli specificati. In sostanza si erano rotti di gente che manipolava, campionava, utilizzava per altri fini la voce dell’artista. Niente firma, sequestro del materiale. Firmai ovviamente. Forse quel documento l’ho ancora tra le scartoffie dell’ufficio. La sera successiva, neanche a dirlo, concerto memorabile grazie soprattutto ai musicisti, alle coriste e al direttor dell’orchestra nelle vesti anche di imbonitore. Inviai tempo dopo all’ufficio newyorchese una copia del servizio comprensivo dell’intervista. Così, per sfizio, senza ricevere alcuna risposta, neppure di cortesia. Fino a che, mesi dopo al Festival di Montreux rincontro lui, l’avvocato, lo staff, la “mamie” addetta alla cura della parrucca. E senza frapporre indugio, con la medesima gentilezza accettano una nuova intervista confermando di aver ricevuto con piacere il materiale. James Brown l’ho incontrato un’ultima volta al Casino di Campione nel 2002. Più appesantito nei movimenti, più indecifrabile nelle brevi risposte “La mia musica è anche utile a vincere la tristezza del passato e a comunicare sentimenti positivi. Ed è importante; le piaghe dell’umanità sono l’ignoranza e la tristezza”.
Ma quel sorriso accecante, quel sorriso che illuminava ogni ambiente era ancora lì, intatto nel suo splendore.




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