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L’ultimo volo di Jacques

  • Writer: Gian Luca Verga
    Gian Luca Verga
  • Dec 27, 2025
  • 3 min read

Updated: Jan 7


Nell’estate del ’77 girava voce che Jacques fosse rientrato a Parigi. Un sussurro flebile che cresce, e gonfiandosi rimbalza tra gli addetti ai lavori, la comunità artistica, i fan.

Manca da tempo Jacques dalla città che lo accolse negli anni ’50. Da quando si era trasferito nella Polinesia francese. Come fece Gauguin nel 1901. Il Fiammingo aveva dato da tempo l’addio alle scene considerando una mera mercificazione donare il proprio corpo ai riflettori del palcoscenico. Oltre al volo amava la barca a vela e, nel corso di un viaggio intorno al globo, fu rapito dalla malia dalle Isole Marchesi. Dalla loro accecante bellezza, la loro gente, l’anonimato. Un periplo che si era prefisso di compiere prima che il cancro ai polmoni, che lo braccava da qualche anno, lo raggiungesse per stroncarlo. E lo immagino Jacques arenarsi dolcemente sulle spiagge bianche e turchesi di un lembo di paradiso dopo aver attraversato l’oceano come i marosi che urlano e sbuffano con impeto prima di evaporare sulla battigia.


“Le Grand Jacques” sbarca dal suo yacht sull’isola di Hiva Oa nel ’75 per rimanerci per sempre. Quasi per sempre. Perché nell’estate del ’77 rientra a Parigi per registrare quello che passerà alla storia come il suo ultimo album di canzoni inedite: “Brel” o anche “Les Marquises”. “Le Flamand “non è tipo da congedarsi alla chetichella: una lettera d’addio s’impone, non fosse per educazione e rispetto. È emaciato, stanco, sofferente ma caparbio e soprattutto ispirato.

Perché ciò che nutre le sue ultime energie è un bisogno intimo, una reale urgenza artistica, poetica e spirituale. Il proprio testamento artistico è scritto, lo deve registrare e consegnare ai posteri e alla storia.


A Parigi negli studi Barclay registra in presa diretta le sue ultime canzoni. In pratica: buona la prima! E, sembra, potendo contare su di un solo polmone. È un rosario laico di canzoni magnifiche, dense di energia e tensione e che riprendono i temi a lui cari – l’amicizia, le donne, l’amore, la vita, la morte, il senso dell’esistenza. 12 brani che si rivelano un’intensa riflessione introspettiva. Grave, solenne a tratti, ironica, appassionata, sferzante (una volta ancora nei confronti dei nazionalismi fiamminghi) o tenera quando rimembra un caro amico scomparso (“Jojo”) o affresca le sue amate Isole Marchesi (“Les Marquises”). O ancora l’afflato poetico de “La ville s’endormait” vestita di un’orchestrazione sublime. E sono canzoni, ricordo, composte avendo piena coscienza della propria, ineluttabile, imminente dipartita terrena.


Dicevamo di un solo polmone; eppure, la sua voce e la sua interpretazione sono ancora da fuoriclasse assoluto; la sua capacità di sillabare e conferire senso compiuto ad ogni singola parola è ancora, e come sempre, prodigiosa. Ed è anche struggente cogliere come gli strumenti e l’orchestra siano al suo servizio, appesi alle sue labbra. La voce è il fondamento anche emotivo della sua arte. Dodici canzoni, pubblicate nel novembre del ’77, qualche mese prima della sua scomparsa, nelle quali mi auguro abbiate voglia di immergervi. E perdervi come fece lui nell’immensità del mare fuggendo anche da un nome ingombrante e “pesante” per la sua condizione fisica.


Jacques Brel è sepolto nel cimitero “Calvaire” di Atuona (il principale villaggio dell’isola Hova Oa), a pochi passi dalla tomba dove, 75 anni prima, fu seppellito Paul Gauguin. Per sua volontà scelse proprio lì l’ultima dimora, in “quel mazzo di fiori piantato nell'oceano e spazzato dai venti” dove per alcuni anni organizzò il trasporto delle medicine tra le isole dell’arcipelago a favore di una popolazione che amava, non fosse perché gli “parlava della morte/come si parla di un frutto”.




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