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Sangue Blu

  • Writer: Gian Luca Verga
    Gian Luca Verga
  • Jan 7
  • 4 min read

Un divertissement, nient’altro che un gioco di specchi. Entrambi nati a gennaio, il loro genetliaco è distanziato da una manciata di giorni, nati sotto il segno del Capricorno. Uno è caduto sulla terra, l’altro è radicato intimamente nel suo territorio. Che dal Monferrato corre verso Stradella e, tirando una riga dritta lungo la Padania inferiore raggiunge Broni, nel suo amato Oltrepò Pavese.  Mentre a sud collassa nel mare di Genova dove la “macaja è una scimmia di luce e di follia”. E se uno, Paolo abita il suo “tinello marron” o camere d’albergo parigine umide di pioggia, David “attende il dono del suono e della visione” seduto nella sua camera pittata di “electric blue”.  E se in scena l’avvocato indossa rigorosamente smoking e papillon, l’altro ha mutato più volte pelle, foggia e colori delle chiome, mascara e kajal, outfit e maschere indossate. È insito in lui il gusto per il trasformismo per sorprendere e spiazzare, scardinare cliché, per dar forma e forza a un’idea, a una ricerca,  alla libertà di essere.  

In apparenza non potrebbero esser più distanti; ed è una distanza siderale. Uno è Conte l’altro è il “Duca bianco che lancia dardi negli occhi degli amanti”, ovviamente nel ricco paniere delle sue affascinanti trasformazioni.

Icone di stile, classe e charme infinito. Appassionati di arte figurative ambedue hanno fabbricato mondi spalancati oltre i confini dell’abitudine. Chi raccontando di solitarie odissee spaziali o baci segreti all’ombra del Muro, e chi invece affrescando il cielo di un nord ovest bardato di stelle o il paesaggio del dopo guerra che sfila dai finestrini di una Topolino. Certo con grammatiche differenti come la sintassi e l’estetica dei suoni. Cangianti a dir poco quelli architettati da Bowie nel corso del tempo. Linguaggi e mondi che difficilmente si intersecheranno o collideranno mai.



Ma il gioco è proprio questo a distanza di dieci anni dalla morte di Bowie, che ho amato e amo ancora, e molto. “Hunky Dory” e l’essenziale trilogia berlinese, pietra miliare della “popular music” del ‘900, sono ancora oggi tra i miei ascolti domestici. Mr. Jones è un amore consumato sin dall’adolescenza, la poetica dell’avvocato mi ha sedotto più tardi, grazie al primo di una serie di incontri che presero avvio con la pubblicazione di “Aguaplano” (1987).  Entrambi mi hanno rapito e concupito. E per sempre.  Di Bowie pur apprezzando il periplo compiuto tra vaudeville, glam rock, canzone, psichedelia, black music, disco, rock roll e ai rispettivi alter ego (da Ziggy a Aladdine Sane, dal Duca Bianco a Major Tom senza scordar l’allucinato Pierrot post-atomico o l’ultimo Profeta cieco) il sodalizio con Brian Eno negli Hansa Studio di Berlino rimane il vertice della sua produzione artistica e della sua visione.  Della sua proverbiale capacità di annusare, leggere e dare forma sonica al proprio tempo con le ansie e le sue angosce. E di quello che verrà di lì a poco. Perché lui, David, le domande da uomo tormentato se le pone. Riflette sulla libertà creativa spesso ostaggio o castrata dai pesi anche morali che gravano sulle coscienze e sull’ anima, della difficoltà comunicative, dello smarrimento dell’umana specie. Auspicava la libertà sessuale in epoche non sospette, rifletteva sulla politica, sulle derive sociali, culturali e sentimentali della società occidentale. Ma anche dell’alienazione contemporanea di una società sedata, e di droghe e di fobie, della paura di invecchiare. Di morte e di vita.  Un uomo e un autore inquieto che attraverso una calligrafia di spessore e di grande personalità ci ha raccontato, anche in modo visionario e attraverso sensibilità “altre”. Prezioso il suo flusso creativo, importante la sua eredità emotiva oltre che artistica, che ha pur conosciuto alcune battute d’arresto




Che invece Paolo Conte appartenga a una rara e preziosa casta di affabulatori è universalmente conclamato.  Un affabulatore che ha travalicato confini geografici, linguistici, culturali in barba alla sua proverbiale riservatezza, retaggio culturale che a volte sfocia in quella ritrosia figlia di una timidezza istintiva. Pur essendo quel sublime cantore del paesaggio e della provincia che il suo sguardo, anche interiore, filtra e ricompone. Conte favoleggia. Ama l’uomo del dopoguerra per l’ardore che profonde nelle nuove ripartenze. Ama la donna, oltre ai fuggiaschi, che ha cantato offrendo una galleria straordinaria di ritratti. È spesso un immaginario alla Salgari, di tentazioni esotiche, lussureggianti: la pampa di Atahualpa, l’Harlem del jazz e dell’orchestre alla Ellington, Timbuctu e l’Africa che brulica in giardino. Un immaginario ricco di padiglioni lontani in cui vivifica un’umanità sorprendete per i sentimenti che manifesta, per le relazioni amorose di “varie tipologie” vissute. E commovente per l’epica che le qualifica. Uomini, donne, ambienti che lui non ha conosciuto ma osservato e favoleggiato sulla sporta di letture, racconti, film, pitture, fotografie che virano al color seppia. Come molte delle sue storie, del suo canzoniere, irresistibile e avulso dalla cronaca, dall’attualità. Lo adoro per la perizia con cui cesella parole e fonemi lastricati di ratafià e la malia con cui l’incastona tra i tasti del suo pianoforte.  Per affrescare uomini, terre, avventure, amori, fallimenti. La geografia dell’anima di Conte è rigogliosa e seducente generosa di lirismo, ironia, umanità e grande musica. Quella mutuato dal jazz prebellico che nel corso del tempo è deragliata lungo itinerari insospettabili che abbracciano la canzone francese, quella che gli ha insegnato - mi disse -che in tre minuti devi esser capace di allestire una pièce teatrale. E la musica popolare, colonna vertebrale ad esempio del terzo inno italiano: “Azzurro” (dopo Mameli e “Nel blu, dipinto di blu”)

Auguri Paolo, fresco ottantanovenne ancora in cerca di ispirazione (ci ha fatto sapere nelle più recenti interviste); mentre un pensiero corre all’artista inglese, ovunque sia e sotto  qualsiasi forma il suo spirito si manifesti.


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Blu Macaja  
Scrittura, memoria, ascolto  
© Gian Luca Verga

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