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Capitolo 2 – Ritrovarci “One Love, Bob Marley a San Siro”, Milano, giugno 1980 e della Prima Legge della Termodinamica Pop

  • Writer: Gian Luca Verga
    Gian Luca Verga
  • Jan 19
  • 4 min read

Ci sono note e notti vissute fino all'ultimo respiro. Ne ho vissute parecchie per la verità. Come tanti, come tutti credo. E anche prima di coniugare passione e professione, prima di ubriacarmi di festival e concerti per onorare al meglio la mia futura occupazione. E prima ancora che il microfono diventasse un prolungamento naturale dei miei arti superiori. Stilare un elenco è uno sforzo mnemonico impegnativo e probabilmente inutile. Ma verifico se risponde alla Prima Legge della Termodinamica Pop, ovvero: nessuna musica avrà mai la stessa importanza di quella che amavi a 16 anni (o giù di lì). È una questione di neurochimica bellezza! E nel’76 ero in Inghilterra, ritornandoci con assiduità in quella “London’s burnig” che mise a soqquadro il mondo intero. E confinò i miei ascolti precedenti, e per lunga pezza, in solaio: dall’ hard rock, al progressive, dai cosmici teutonici alla West Coast. Ma che poi dopo anni di arbitrario oscuramento ritornarono. Compilare un elenco è impegnativo. Così come stilare una classifica: anche se ho amato “Alta fedeltà” di Nick Hornby, ottimo libro e film di Stephen Frears, ho una sorta di idiosincrasia per le classifiche.


Concerti dunque, soprattutto negli anni ’80 e prima di entrare sulla scena nel mondo del lavoro: dai Talkin’ Heads al Redecesio di Milano, ai Cure e Siouxsie nel glorioso Palatenda di Lampugnano. Siouxsie anche a Canterbury per la verità. Mentre al Palalido avevamo messo le tende per i Police, i Ramones, Iggy Pop, i Ramones. I Dead Can Dance e David Sylvian e Tuxeedo Moon a teatro, i Clash al Palazzo del sport di Milano. Wire e Roxy Music a Montreux, Eco & the Bunnymen all’ Odissea 2001, sempre a Milano ribalta anche dei Sonic Youth, degli Psychedelic Furs, dei Gang Of Four. Una serata “Canterbury” strepitosa a Cantù e poi Genesis e gli U2 di “Unforgettable fire” a Zurigo; la Mano Negra a Milano, come i Killing Joke, al Rolling Stone. Ma pure i Kaos Rock, i Gaznevada e gli Stupid Set, i Pankow e Weimar Gesang; i primi Elio e le Storie Tese. Questa la mia carta d’identità sonica, che orlavo con spruzzi di jazz e delle “altre musiche” di allora.


Ci sono note e notti vissute fino all'ultimo respiro dicevo. Impastate di suoni che intarsiando la pelle penetrano nelle viscere. Quelle notti che si dilatano avvolte da effluvi e afrori, che si stemperano nei sorrisi e negli abbracci e nei volti trasfigurati dallo stupore e da una girandola ineffabile di emozioni che hanno la forza di attraversare il tempo. Il grande spettacolo lo regaliamo noi, il pubblico. Quello oceanico, ad esempio, che da quel pomeriggio era convenuto alla Scala del calcio per vivere una vera Epifania. E che preserva nel cuore dalla ruggine del tempo. Perché siamo noi, perché ci racconta, perché ha contribuito a edificarci, a penetrare quel grande mistero che è la vita. È perché no, a prolungare la propria linea d'ombra.


Il 27 giugno dell’80 nel mezzo degli esami di maturità, alla vigilia degli orali, San Siro è la nostra Shangri-La sulla terra per quello che allora, inconsapevoli "maturandi" caciaroni e allo sbaraglio, gravidi di testosterone, golosi di avventure e fradici di utopie libertarie, sarebbe diventato un evento che lo scorrere immutabile del tempo ammantò di leggenda: Robert Nesta Marley in concerto. Chi c'era sa, ricorda, conserva. Anche quel caldo porco che ci azzannava ai polpacci, coi vestiti che volavano dai corpi e i ghirigori disegnati dalle infinite nuvole di fumo. Ma soprattutto ci ritrovammo in quel boato tellurico che accolse un cespuglio di dreadlocks che attaccò con “Exodous, movement of Jah people”.


Marley aveva già modificato il battito del pianeta. E aveva scolpito una fetta significativa dell’imaginario del XX secolo alimentando ideali di uguaglianza e tolleranza. Una voce contro i razzismi, le diseguaglianze e le esclusioni. Una voce mossa da una lucida coscienza sociale e animata da una straordinaria spiritualità. E quella vibrante energia Marley, i Wailers e le I Threes irradiarono su di Noi nel catino di San Siro. Un prisma luccicante di migliaia di corpi in comunione a prescindere dalle diversità anagrafiche, sociali, sessuali. E il senso del “Noi” mi divenne tangibile nel ventre del colossale rituale partecipativo.


È stato il concerto più inteso, importante o significativo a cui abbia partecipato? Non ho idea se Bob (che già camminava al fianco della malattia), la sua musica, la sua anima, il suo carisma abbiano svolto funzioni taumaturgiche. Fondersi sotto la luna piena con 80-100 mila persone che dondolano, basculano, saltano sintonizzate su un'unica frequenza è catartico. La professione e la passione mi hanno permesso di viverne a migliaia di concerti, anche eccezionali. Certo che ogni qualvolta una chitarra in levare dialoga col mio battito cardiaco o l'acre aroma della ganja invade il mio respiro si risvegliano memorie che Proust con la sua Madeleine al confronto è un garzone di bottega.


Una notte epocale, spartiacque qualcuno ha scritto, un evento “alpha e omega”, fine ed inizio. Dalle utopie, dall’impegno politico e pubblico diffuso negli anni’70 (e delle tensioni sociali che avevano allontanato per esempio la musica dalla sua corale fruizione in presenza), si spalanca il portone sugli anni ’80. Un cambio di paradigma. Ricordate la “Milano da bere”, gli yuppie, il riflusso, “l’edonismo reganiano” e i “valori” etici e morali che proponevano?


Una notte che conservo tatuata sul cuore e con profonda leggerezza; quella che poche ore dopo si disintegrava alla notizia dell’aereo abbattuto sui cieli di Ustica.

Ma questa è un’altra storia......

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