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Capitolo 4 – Ehhh già, siamo ancora qua.

  • Writer: Gian Luca Verga
    Gian Luca Verga
  • Feb 11
  • 5 min read

La prima volta fu alle Stelle di Ascona, ed era il 1982. Trascinato a forza da amici che già lo idolatravano, in quanto coagulava anime sotto la sua bandiera, bisognose di un riferimento, di una certezza con cui indentificarsi e a cui affidarsi. Poi nel corso del tempo, e con assoluta regolarità i luoghi divennero Bellinzona, Chiasso, Locarno, ancora Bellinzona, ancora Locarno, Lugano e il resto della Confederazione.  Una presenza assidua quella di Vasco in una regione, la nostra, che gli piaceva assai al punto che negli anni ’90 accarezzò davvero l’idea di acquistare una residenza nel Locarnese. L’idea di un “buen retiro” gli frullava davvero nella testa.  E qualche proprietà l’aveva pure considerata.


“Sai Gian Luca, la Riviera romagnola è il paese dei balocchi, trovi tutto e tanto divertimento, quando e come vuoi.  Noi italiani siamo caciaroni e anche cialtroni. Qui invece è tutto ordinato, tranquillo, c’è un’altra e alta consapevolezza civica. Ma anche voi quando volete “far baracca” scendete in Riviera”. E giù con gustose e divertite analisi sociologiche e caratteriali tra Italia e Svizzera perché Vasco, oltre che fondamentalmente timido può esser di una simpatia rara.  


E in quegli anni il Locarnese lo conosceva bene, avendo una buona amicizia col compianto Luca Quattrini, promoter che operava appunto sulle rive del Verbano. E col quale nei primi anni ‘90 andammo una sera a Zocca, a casa sua per festeggiarne il compleanno. Ma questa è un'altra storia. Ricordo solo che a sera inoltrata lo trovai annoiato mentre tutt’intorno si respirava euforia, ilarità, baldoria. Alla quale si sottrasse estraniandosi nei suoi pensieri.

“Questa inquietudine, questo malessere esistenziale l’ho vissuto in prima persona – mi confidò in un’intervista. Mi sentivo inadeguato, e tutto mi provocava insicurezza. Il fatto di venire da un paesino di montagna....ecco scrivere canzoni à stata la mia fortuna; ci scarico dentro tanto la mia rabbia quanto le mie insicurezze e passioni.


Le sue performance in Svizzera erano per me una ghiotta opportunità per raccogliere interviste. Che erano sempre uno spettacolo in quanto Vasco, nell’esprimersi, procede per logiche di pensiero peculiari: associazioni di idee, concetti e sillogismi che in apparenza possono anche deragliare, virare lungo sentieri che si inerpicano non sappiamo bene dove.  Ma poi rientrano nei binari della comprensione per concludere riflessioni di senso compiuto. Divertenti, a volte complesse e profonde, sempre molto vere. Perché è uno che non ama indossare maschere.


Lo conobbi in modo fortuito nei corridoi del palazzo radio della RSI. Mi imbattei, anzi quasi ci scontrammo, girando un angolo, mentre si recava in uno studio dove lo attendeva un collegamento radiofonica con Zurigo. Nessuno o quasi se lo filava (Rete Tre sarebbe nata da lì a poco e per i colleghi delle altre due reti radiofoniche, vuoi per anagrafe, vuoi per passioni o interessi musicali Vasco proprio non gli accendeva). Rimasi in regia durante il duplex ad ascoltarlo e, soprattutto, osservarlo. La sua gestualità davanti a un interlocutore seduto dall’altra parte delle Alpi non impediva alla sua mimica facciale, al corollario di sbuffi, pause riflessive e vocali strascicate di manifestarsi compiutamente. Il suo volto era un palcoscenico. Al termine chiesi un’intervista, mi rimandò al giorno successivo prima del concerto.

Era in ritardo causa sound check ma volle mantenere l’impegno. Una parte la registrai mentre era sotto la doccia, qualche minuto di puro teatro dell’assurdo. Durante l’insaponamento formulavo la domanda e lui rispondeva; pausa risciacquo, e si riprendeva.  Si insaponava, rispondeva, giù uno scroscio d’acqua, un'altra domanda. Come potete immaginare la prima parte fu “umida e laboriosa”. Poi uscì “biotto come una rana”, gli passai l’accappatoio e la terminammo, con lo staff che ridacchiava di gusto.


E rigorosamente in accappatoio mi accolse anche anni dopo al termine del concerto a Cornaredo, nel campo laterale dello stadio. Anzi ci accolse perché chiesi e concessero di accogliermi con un gruppetto di simpatici fans Mesolcinesi conosciuti lì per lì che, increduli, si strinsero in cerchio durante l’intervista. Vasco sembrava una statua del Budda seduto in poltrona, un filo appesantito, in accappatoio con noi acquattati in cerchio. E che al termine immortalai coi loro apparecchi fotografici. Erano in estasi.


La più sorprendente la realizzai al termine di una serata leggendaria, che mezzo Cantone ricorda. Il suo oceanico concerto in Piazza Grande a Locarno, così assediata in ogni ordine di posto, e oltre, che credo così non si sia più vista. Al termine cenando con lui, lo staff e la band in Città Vecchia, e con la complicità delle abbondanti libagioni annaffiate a dovere, l’intervista si rivelò una seduta terapeutica durante la quale Vasco raccontò e si raccontò, tra luci e ombre, tra certezze (poche) e demoni interiori come credo raramente abbia fatto. Col cuore e le viscere in mano. Al punto che il manager chiese una copia dell’incontro in quanto non l’aveva mai sentito esprimersi così. Un’ intervista che, purgata da qualche colorito intercalare di troppo, proposi in radio realizzando al contempo che anche i suoi silenzi, al pari delle “ahh” e delle “ehh” strascicate, acquistano significato, ampliando e arricchendo i suoi pensieri, la sua narrazione. Contribuiscono a raccontandocelo compiutamente. Come quelle canzoni manifesto, veri inni esistenziali che da decenni accompagnano, abbracciano e rincuorano generazioni.  


Chi ha avuto modo di calarsi in uno dei suoi concerti può testimoniare l’assoluta partecipazione e compenetrazione tra lui e la sua “nazione”.  L’arcobaleno di emozioni che esplodono, le lacrime che si mischiano ai brividi, le esplosioni telluriche di gioia irrefrenabile, le urla e i canti, l’assoluta partecipazione e compenetrazione sono davvero “un unicum”. Con la consapevolezza, più o meno cosciente, di partecipare ad un rituale pagano, purificatorio, che può riconciliarti con la vita, qualsiasi siano le tue difficoltà esistenziali. Una festa dei sensi, una festa per il cuore, lo stomaco e le viscere.

Per la cronaca l’intensa serata locarnese non finì certo li; fecero aprire un locale per fare un po’ di bisboccia fino alle prime luci dell’alba. 


Ci rivedemmo ancora in occasione della pubblicazione di “Siano qui” l’ultimo album di inediti. Nella camera d’albergo di Milano parlai con un settantenne gagliardo, brillante, sereno e maturo. “Se la maturità è questa è meravigliosa. Ma non son sicuro di esser più maturo di un tempo”. Comunque, ancora goloso di musica oltre che felice di emozionare la sua gente, di officiare quel rituale pagano che non risente certo di qualsivoglia crisi delle vocazioni. Fedeli che si riversano negli stadi per viver una liturgia ad alto, altissimo coefficiente emozionale. Appresi inoltre dal suo personal trainer la vita salutare che si sforzava di seguire, da lui invece delle intense letture consumate in quel tempo sospeso che fu il confinamento. Impegnative, toste, testi e trattati di psicologia soprattutto, che sempre più lo intrigavano e nutrivano.  Era anche il quarantennale di “Siamo solo noi”, “una sassata che fece imbestialire tutti”, un album e una canzone epocale considerata come la miglior canzone rock d’Italia di cui Vasco va ancora molto fiero “anche se pochi allora ne capirono il senso”. Ne parlammo, anche del nuovo album e di quella sua voglia irrefrenabile di scrivere e vivere ancora di musica e di concerti e soprattutto di come prediliga ancora l’importanza del “noi” rispetto all’io.


 

 

Nella sezione audio video alcune delle interviste raccolte nel corso del tempo.

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Scrittura, memoria, ascolto  
© Gian Luca Verga

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