Capitolo XIV - Quando Miles inforcò gli occhiali da vista, ci fotografò "sbertucciandoci" pure...
- Gian Luca Verga
- May 26
- 3 min read
Quella mattina di luglio del 1991, uscendo dall’albergo, scorgo Quincy Jones camminar sul lungo lago appesantito dalla borsa carica di spartiti, effetti personali e vari colorati snacks. Si annuncia un pomeriggio di sangue, sudore e lacrime! Mi affianco e, vincendo la timidezza, lo invito a salire sull’auto aziendale; la direzione è la stessa: Casino di Montreux, un paio di chilometri da percorrere. Lui col faldone degli spartiti e la sua età appresso, accetta di buon grado. La temperatura è già estiva.
Ci scambiamo giusto due parole dopo alcuni giorni in cui ci si incrociava nella hall, a colazione, o la sera al rientro dal Festival. Due parole con la promessa di un’intervista. Me la conferma anche se la giornata, notte compresa, si annunciano intense e storiche e, soprattutto, gravide di preoccupazioni. Già perché Miles Davis coadiuvato dalla Gil Evans Orchestra, rinforzata dalla big band di George Gruntz, e sotto la direzione di Quincy, sono i complici di un reale evento: rilegger, dopo alcune ere geologiche pagine dell’antico repertorio di Miles: da “Miles Ahead” a “Porgy and Bess” passando per alcuni spartiti di “Scketches of Spain”.

Quincy è preoccupato, visibilmente preoccupato. Per la riuscita della performance, per la qualità della stessa e degli arrangiamenti, per la gestione e la direzione di Miles e delle decine di musicisti giunti sulle rive del Lemano dai quattro angoli dell’orbe, alcuni il giorno stesso, o poco più. Il concerto diverrà un album; e “last but not least”, per aver costretto il bizzoso Miles, un po’ controvoglia mi par di intendere, a tornar a leggere degli spartiti dopo decenni

“L’angelo nero” me lo ero già gustato in alcune occasioni: a Lugano nell’ambito di Estival Jazz e successivamente in un paio di occasioni sempre a Montreux e in piazza a Locarno. E furono concerti svincolati da qualsivoglia gabbia formale, da una poetica univoca. Ho sempre amato la sua assoluta libertà espressiva, la sua eresia e indole visionaria. La sua volontà di trascendere i generi. La sua tromba, i suoi silenzi, la sua estetica sonora gli avevano permesso di intuire e inforcare altre strade. Era la sua natura di nomade ed esploratore.
Quel pomeriggio afoso di Montreux assistiamo alle prove e confesso che mi emoziona osservare Miles che, un po’ goffamente, inforca gli occhiali da vista ed è costretto davanti al leggio; non lo avevo e forse non lo avevamo mai visto in questa condizione: un leone in gabbia! Che sbuffa, sbaglia, grugnisce, si scoccia ma, mettendosi di buzzo buono, completa il lavoro. Estenuante per la verità, e l’espressione dipinta sul volto di Quincy Jones non è equivocabile, come il sudore che gli imperlava il volto

Al termine Miles sfodera un piccolo apparecchio fotografico e inizia a scattar le foto a noi, addetti ai lavori in platea con fare divertito e strafottente. Scende dal palco, prosegue nello scattar foto sembrerebbe a casaccio. Sorride con un’espressione a tratti beffarda. Lo avvicino mettendogli un microfono sotto il naso giusto per raccogliere dei borbottii cacofonici senza senso intercalati da una cascata di “fuck”. Ci fotografa, si lascia fotografare, si dona a noi comuni mortali. È divertito e ci “percula”, ci sbertuccia.La sera poi…ascoltate il disco, trionfatore nel’93 ai Grammy Awards nella categoria “Best Large Jazz Ensemble Performance”. È proprio quello del luglio ’91, tra gli ultimi concerti della sua avventura terrena. Davis, infatti, completerà la sua parabola sul nostro pianeta nel settembre di quell’anno.





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