Capitolo XI - Manu Chao: gioia, ritmo e rivoluzione.
- Gian Luca Verga
- May 6
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Updated: May 11
Una mano nera con una stella rossa sullo sfondo: questo il simbolo misterioso che apparve una notte lungo le strade di Parigi nel 1987. E iniziò così, con un’immagine pittata sui muri la mia storia con Manu Chao e la sua Mano Negra. Mia e di altre decine di migliaia di persone intrigate da quel segno iconico e rapite da quella “mescla” irresistibile di linguaggi e grammatiche musicale che passò alla storia quale “patchanka. Titolo anche del loro primo e funambolico album che acquistai in quel fugace soggiorno parigino.

Dipanare il filo della memoria significa tornare nella Parigi delle banlieue degli anni ’80, quelle turbolente, che infiammano le notti con rivolte e gli inevitabili scontri con la polizia, quelle minate da una profonda crisi economica. Quella che racconta quel gran bel film di Mathieu Kassowitz “La Haine” è popolate dagli immigrati provenienti dall’ Africa, dalle ex colonie, dal Maghreb, e soprattutto dai loro figli che portano con loro oltre alla voglia di riscatto sociale le tradizioni culturali, gastronomiche e musicali. Ed è in questo bollente clima di forti tensioni sociali che prendono vita alcuni progetti musicali di assoluto rilievo, all’insegna di una “mescla” sonora che diventa messaggio culturale.
Tra i molti, due gruppi a cavallo tra gli anni ’80 e i ’90 riscuotono ampi consensi: le Nègresses Vertes e la Mano Negra, entrambi governati da due artisti di spessore quali erano Helno, voce poetica e carismatica delle Nègresses morto prematuramente, e appunto Manu Chao. La sua Mano Negra nasce a Sèvres, turbolenta periferia ovest di Parigi dove all’epoca risiedeva Alex, ex compagno d’università che oltre ad ospitarci millantava di conoscere i fratelli Tremor ed essersi goduto i primi concerti della band in zona.
I due fratelli sono Manuel e Antoine (coadiuvati dal cugino Santiago Casariego); sono figli di immigrati spagnoli fuggiti in Francia per scappare dalla dittatura franchista e, come molti di noi, anche loro sono innamorati dei Clash e coniano un nuovo genere che passa alla storia appunto come “Patchanka”, ovvero una coraggiosa e irresistibile miscellanea di suoni e lingue. È l’incontro perfetto tra tradizione mediterranea e il rock anglosassone che si nutre anche di reggae, ska, Sudamerica terra di cui Manu Chao si innamorerà sempre più. E se qualcuno avesse frequentato l’effervescente Parigi in quegli anni, oltre a “Les Bains Douches” storico e trendy club in Rue du Bourg-l’Abbé, avrebbe trovato questa vitale umanità al “New Moon di Pigalle”, epicentro della creatività alternativa dell’epoca. Un club grazie al quale sarebbe possibile tratteggiare la storia artistica di quella feconda stagione.

Dopo Parigi e la Francia il gruppo “invade” l’Europa con la sua energia musicale nella quale risuona tutta la Parigi multiculturale di quel periodo. La Mano Negra frulla suoni, grammatiche musicali, parole e ritmi. Una manciata di album, concerti dal Giappone alla Colombia (questa tournée in treno, folle e di “marqueziana” memoria, voluta per portare gioia e musica anche nei luoghi più sperduti del paese), iniziative solidali tra la quali una costante attenzione alle socialità e comunità in difficoltà e poi il silenzio. La creatura si sfalda pubblicando l’ultimo splendido “Casa Babylon” album nel 1994 e poi il silenzio. Interrotto da Manu Chao col primo album a suo nome, lo splendido “Clandestino” album iconico del 1998.
Sono gli anni del popolo di Seattle, dei movimenti contro la globalizzazione, di un decennio che si apre con la fobia del “Millennium bug”, del crollo della Torri gemelle, del tragico G8 di Genova. Con la speranza, purtroppo infranta, di cambiare il mondo per renderlo un luogo migliore, equo e solidale nei confronti delle popolazioni. Un disco realizzato con pochi mezzi e in modo artigianale, che coniuga suoni acustici ad influenze africane e sudamericane; un disco che diviene la colonna sonora di quella stagione e innalzando l’artista franco-iberico sempre più cittadino del mondo a bandiera. Manu è credibile, impegnato, forte di una spiccata coscienza civile, sguardo attento ai più disperati e bisognosi. Queste le sue cifre stilistiche, sentimentali e umane.
E dopo aver goduto ballato, pogato e sudato al Rolling Stones di Milano nel 1990, dove riuscii a raccoglier un’intervista "caotica" alla band, a base di caciara, canne, risate e alcol, lo incrociai il 21 giugno del 2001, giorno del suo 40. esimo compleanno, in una piazza Duomo di Milano assediata da 100mila persone festanti. Indossa già le vesti di ambasciatore no global, sempre pronto a spendersi per la giusta causa. Un concerto gratuito per una festa colossale. 2 ore e mezzo di canzoni, energia, partecipazione collettiva, gioia, balli e striscioni anti G8 che si sarebbe svolto a Genova il mese successivo. Gente ovunque, anche abbarbicata ai lampioni della piazza e sulla statua di Vittorio Emanuele II; e la presenza delle tute bianche dei centri sociali e i Rom che Manu volle sul palco. Nel tardo pomeriggio mi portò nel backstage il compianto Marco Mathieu, giornalista, ex bassista dei Negazione, che aveva iniziato a seguirlo in tour per scrivere “In viaggio con Manu Chao” (pubblicato per Feltrinelli nel 2003). Ci facemmo una bella chiacchierata con la promessa di vederci ancora a fine luglio al Paléo di Nyon dove era in cartellone con la sua incontenibile Radio Bemba Sound System che annoverava anche il funambolico Roy Paci. E come promesso ci incontrammo, a pochi giorni dai fatti del tragico G8 genovese. All’incontro stampa mi volle al suo fianco in quanto unico giornalista di lingua italiana e abbastanza informato sui fatti. Praticamente lo intervistai in relazione a quella sua esperienza che lo turbò non poco. Facendo anche da interprete tra lui e i giornalisti presenti. Manu raccontò la sua esperienza genovese e non solo del concerto che tenne la sera prima dei tragici fatti. Parlò del clima che regnava in quei giorni, della tensione che già serpeggiava nonostante la più parte della gente sprizzava energie positive. Non si capacitava della deriva che il corteo prese, della presenza dei Black Block, della repressione a suo modo spropositata delle forze dell’ordine, Scuola Diaz compresa.
Manu oltre che ad esser personalità ricca, complessa, è un fiume carsico. Appare e scompare, lascia tracce, annoda fili, sostiene una causa in Sudamerica e lo trovi poco dopo in Europa a supportare un collettivo, una comunità, piccola o grande non conta, un centro sociale. Riempie i festival come i club, si esibisce su palchi prestigiosi come nei bar e nelle osterie sotto casa, o all’angolo di una qualunque strada di un barrio periferico del mondo. E viaggia. È un moto perpetuo Manu Chao, innamorato della vita, goloso di conoscere l’umanità e quella bellezza che può lenire la sofferenza. Gli basta la sua chitarra e un tavolo sul quale salire e irradiare il suo sorriso. O quel prodigio musicale che fu la “Radio Bemba” uno dei collettivi musicali più indiavolati, adrenalinici e coinvolgenti che abbia mai incontrato.

Come sappiamo a “Clandestino” seguirà “Proxima Extacion: Esperanca”, l’album trainato dal tormentone “Me gustas tu”. Disco che ribadisce la sua cifra stilistica, i temi della sua poetica, la babele di lingue e di sonorità che gli appartengono sin dagli esordi parigini. “La sorella”, come ebbe a dire, di “Clandestino”. Manu ama anche collaborare con terzi e produrre dischi di altri. A questo proposito risulta splendido “Dimanche à Bamako” del duo maliano Amadou e Mariam. Ma Chao è artista spesso imprevedibile e fuori registro. Dopo l’eccezionale disco dal vivo “Radio Bemba Sound System” si autoproduce un album fuori dagli schemi, o almeno quelli a cui ci aveva abituato: “Sibérie M’etait Contée” che brilla per i suoi giochi di parole e per la narrazione della vita a Parigi. Canzoni in cui abbandona l’esuberanza latina e l’onnivora patchanka per collocare la sua inquietudine nella Parigi melanconica della musette, dei café, dei clochard e della chanson. È un disco cantato rigorosamente in francese impreziosito dalla collaborazione con l’artista illustratore polacco Wozniak che da tempo amplia e traduce in immagini “la canzone” e le contagiose utopie di Manu Chao.
E poi nel 2007 l’album di inediti “La radiolina”, che nulla toglie e nulla aggiunge alla sua traiettoria artistica, anzi. Scarsi i guizzi, poche le sorprese, un suono fin troppo sentito e sbiadito. Salvo alcuni episodi come l’omaggio a Diego Armando Maradona.
Seguirà un operoso silenzio scandito da qualche canzone sporadica rilasciata sul web e infranto nel 2024 da “Viva tu”, che potremmo tradurre come un benaugurante “Lunga vita”. Una rumba scritta per i suoi vicini di casa, per la gente che popola il suo barrio a Barcellona, che frequenta i bar che lo stesso Manu vive. E sono persone al centro del suo mondo, l’immagine della semplicità e dell’essenza stessa della vita. Per la quale invoca un rallentamento. Un artista, dunque, che ancora oggi ama vivere la musica come una sorta di attivismo umanistico.
Lo incontrai brevemente una volta ancora per un caffè in un festival in Svizzera Romanda e poi lo scorso anno a Cernobbio, in seno al Lake Sound Park dove, in acustico, coadiuvato da esplosivi compari, sovvertì i nostri sensi guidandoci passo dopo passo, e con abbondanti esplosioni di energia, sul suo personale ottovolante destinato al parossismo. Un caleidoscopio luccicante di canzoni incociate, riprese, manipolate. Un rituale d’alta scuola, taumaturgico, generoso di riflessioni sulla Palestina, sul valore dell’integrazione, dell’accoglienza, del rispetto reciproco. Manu Chao ama ancora vivere la musica come una sorta di attivismo umanistico.
¡Nos vemos Manu!



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