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Capitolo V - Di nuvole e di piazze, di Faber e interviste sottobanco

  • Writer: Gian Luca Verga
    Gian Luca Verga
  • 5 days ago
  • 3 min read

Attraccò anche in Piazza Grande a Locarno Fabrizio de André, l’8 settembre del ’91 nell’ambito del tour dedicato a un album meraviglioso: “Le Nuvole” il secondo e purtroppo ultimo capitolo orchestrato con Mauro Pagani. Qualche anno prima lo ricordo all’Espocentro di Bellinzona, ma più spigoloso come il luogo, e in lotta con le sue ombre e i suoi demoni. La chiacchierata di allora rifletteva il suo stato d’animo cupo.  Invece il contesto scenografico della Piazza locarnese toglieva il fiato, anche per il suggestivo allestimento teatrale e la regia di Pepi Morgia. E con Faber sul palco, a coadiuvarlo, a tradurre in musica la sua poetica universale la miglior ciurma con la quale circumnavigare il Mediterraneo: da Mauro Pagani a Michele Ascolese, dal compianto Naco alle percussioni all’immancabile e impareggiabile Ellade Bandini e Giancarlo Parisi che avevo conosciuto qualche mese prima a fronte di un suo lavoro sospeso tra world music, popolare e etnica: “L’otre di Eolo”. Grazie a lui nel tardo pomeriggio mi intrufolai respirando l’atmosfera del back stage e chiacchierando soprattutto con Pagani e Ascolese.


A proposito delle nuvole: abbiamo il ricordo di un pomeriggio color antracite, che minacciava pioggia, ma quando Fabrizio salì sul palco il cielo quasi per malia si fece terso. Il cielo plumbeo e minaccioso fece posto con deferenza alle “sue nuvole”, a quelle di Faber con la sua voce da sciamano e il viso velato di malinconia.  Il concerto fu davvero meraviglioso ed emozionante a dir poco. Chi c’era sa, ricorda, conserva.

Avevo chiesto un’intervista al maestro ligure, e me la concessero. Oltre al sottoscritto e all’amica Cristina di Biasca, mi presentai con altri due colleghi, uno proveniente d’oltre Gottardo, l’altro era Umberto Savolini, sodale di molte avventure tra concerti, festival e interviste.


L’appuntamento era al termine del concerto, nel suo camper. Già perché Faber si spostava in camper durante quel tour, quasi per ricreare una sorta di “aia” contadina in movimento. Chissà forse l’atmosfera dell’Agnata, la sua tenuta in Gallura lo confortava. Ci accolsero con Dori in testa e con la preghiera di esser brevi, la rassicurammo e ci fecero accomodare praticamente a tavola. Sotto la veranda del mezzo di locomozione. Una tavolata imbandita: tovaglia a quadrettoni bianca e rossa, fiasco di vino, una bottiglia di mirto, scaglie di parmigiano, qualche grappolo d’uva. Pochi minuti e Fabrizio si manifesta. È accogliente e sorridente anche sotto gli immancabili occhiali scuri.  “Da qualche anno, invecchiando, affronto il pubblico e i giornalisti con più tranquillità”. E ci invita a versarci un bicchiere di rosso, a spiluccare, a metterci comodi. Fabrizio vedendo il mio registratore, uno Stellavox a bobine di 10 kg., con mia sorpresa chiesa gentilmente di non registrare la sua voce. Ed io: “Fabrizio, lavorando per la Radio svizzera devo registrare”. “Mi dispiace” replicò, spiegandomi che gli era successo, a lui come ad altri, che la sua voce venisse campionata, editata e montata da terzi per deformare idee, concetti o sovrapporla a basi dance di infima qualità. “Non era per mancanza di fiducia nei tuoi confronti”, sentenziò. “Ma se qualcuno poi registrasse dalla radio l’intervista…”. Compresi e riposi il registratore sotto la tavola, lasciandolo “indebitamente” acceso.


Parlammo con Fabrizio, chiacchierammo a lungo (altro che stanchezza o scarsa voglia di comunicare!) tra un bicchiere che tirava l’altro, sigarette sempre accese, dolci acini di uva bionda come la sua voce, il parmigiano e una lucidità di pensiero abbacinante. Parlammo a ruota libera della necessità di eternarsi (per esempio attraverso Cristiano), di musica e del senso delle canzoni, delle operazioni musicali e culturali di cui era motore, della bellezza che le minoranze, anche linguistiche, vantano. Di musica popolare e vernacolo quali pratiche di resistenza culturale e sociale. Di Zena, la sua città “Abbiamo commesso l’errore di non fondare colonie, Genova è una città di mercanti, interessava solo il commercio”. E dell’Agnata, del lavoro profuso con l’aiuto di contadini e carpentieri dai quali imparare per trasformarla.  E i “poteri forti” e deviati ancora presenti e attivi,  di “briganti, cornuti papponi e lacchè”; e i nazionalismi, i diversi, la spiritualità: “Sono un animista come i nativi americani e altre popolazioni africane. Credo che la divinità, l’essenza divina si manifesti soprattutto nella natura”. Non ho idea di quanto parlammo ma parecchio, una vera maratona, anche perché, ogni tanto, con la scusa di allacciarmi le scarpe o raccogliere oggetti cambiavo la bobina al registratore; ne ho cambiate due se non 3 e ognuna durava 20 minuti circa! Anni dopo, nell’ambito del Premio Tenco, glielo ricordai, confessando di averlo registrato e di aver pubblicato l’intervista su un quotidiano locale (La Regione e per ben due volte in contesti e forme differenti). Ma gli assicurai di non aver mai utilizzato quell’intervista per la radio (l’audio da sotto il tavolo non era neppure un granché, anzi). Fabrizio dolcemente sorrise.




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Scrittura, memoria, ascolto  
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