Capitolo 3 – Gli abbracci di Pino.
- Gian Luca Verga
- Feb 3
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Updated: Feb 7
Ci sono interviste e dunque incontri che conservi nel grembo della memoria più di altre. E che non perdono un grammo d’intensità nonostante il setaccio del tempo tenda ad assottigliarne l’eredità viscerale. E per i motivi più disparati. Alcune perché recano temporali emotivi, altre preludono alla nascita di rapporti duraturi, che possono sfociare anche nell’amicizia. Altre ancora amplificano i tuoi punti di vista spalancando scenari lussureggianti da esplorare. O ti deludono. Quella con Pino Daniele alberga proprio in quel luogo, nel ventre soffice della memoria. Pino era arista straordinario anche dal profilo umano e al quale sono legato non fosse perché la mia prima vera intervista a un “semidio” della musica la realizzai proprio con lui.
Diciamo che un certo chilometraggio lo avevo maturato raccogliendo le chimere, le gioie e le sofferenze di molti artisti locali, e qualche giovani già in odor di successo, che spalmavo tra un quotidiano, il fu “Giornale del popolo”, palestra allora per molti cuccioli d’uomo con ambizioni giornalistiche, e la Radiotelevisione svizzera. Ma quella che ti appunti sul petto come si appunta una coccarda fu proprio con Pino Daniele nell’ 87 a Lugano. L’appuntamento è nel pomeriggio del concerto annunciato al Padiglione Conza di Lugano. Qualcuno tra voi magari c’era e può certificare la data oltre che la bontà dell’evento.
Seduto a un tavolaccio di legno coperto da una tovaglia bianca a quadretti rossi, macchiata qua e là di vino, cenere e caffè attendo con alcuni colleghi della carta stampata. Pino arriva ciondolando, sedendosi con la sua aria in apparenza svogliata, pigra. Ordina “na tazzulella ‘e cafè” prima di concedersi ai nostri microfoni. Mi accodo sorseggiando il 5° della giornata. Iniziamo a chiacchierare; l’intervista è collettiva. Io dispongo di un Marantz a cassette; una sciccheria per l’epoca, un reperto antelucano oggi che ricordo con affetto e nostalgia. Come tutti gli apparecchi che nel corso del tempo hanno accompagnato le mie gesta. Stoicamente spesso, senza cedimento alcuno, senza alcun tradimento nonostante i luoghi e il trattamento riservato. E la cassetta la conservo ancora, nel marasma strutturale degli armadi.
Qualche minuto e Pino si innervosisce con un collega che formula domande obiettivamente fuori luogo. Sul filo della capziosità. E scherzosamente minaccia di rovesciargli il caffè addosso, che per un napoletano verace...non so se mi spiego! Cerco di recuperare spostando il baricentro del discorso sulla musica. “Pino, lavoro per la RSI, ricordi il meraviglioso concerto da noi prodotto e filmato a Zurigo?” Fu “la chiave di volta”! Pino si sciolse, si commosse e iniziammo a parlar con passione e trasporto di musica, di blues, di Mediterraneo, di contaminazioni e dell’allora concetto di “World Music” di cui si professava un antesignano. Parlammo della scena napoletana, dei suoi figli illustri, da Murolo alla Nuova Compagnia di canto Popolare, ai Napoli Centrale. Era una materia che ben palleggiavo; Napoli come “La Gerusalemme della musica mediterranea”, città in cui convivono e dialogano culture, suoni, etnie, tradizioni. Di socialità, politica ed emarginazione.
Chiuse l’incontro stampa e rivolgendosi a me:” vieni in camerino che ci facciamo un caffè come dico io e parliamo ancora un po’!” Ovviamente lo dice in “napoletano”, con la sua voce flebile e dolce che ti scioglie come una bossa nova sussurrata tra la sabbia e la spuma di Ipanema o la brezza che spira rimirando un tramonto sul Golfo dal Vomero. Il caffè era una bomba, la chiacchierata pure. E ricordo che grazie a una fresca reminiscenza universitaria citai pure Benjamin che definì Napoli quella “città porosa” capace di assorbire le differenti culture per restituirle sotto nuove vesti. Era davvero un piacere discorrere amabilmente con lui.
Esperienza che nel corso degli anni mi ricapitò, e sempre con godimento. E capii inoltre che questo “giovane svizzero” che amava parlare di musica e contaminazione gli stava simpatico. Lo rincontrati a Sanremo nel ’93, nell’ambito della rassegna Premio Tenco della quale fu ospite in più di un’occasione. Mi salutò con “Ecco lo svizzero!”, invitandomi a salire in camera sua per l’eventuale intervista di rito. E gliela feci: io seduto sul suo letto, lui comodamente sprofondato in poltrona a parlarmi del suo mare, che aveva permesso alla musica araba e spagnola di approdare nella sua città. Ed era un fiume in piena, che si accendeva nel discorrere della sua Napoli, della ricchezza di una città comunque fucina straordinaria di talenti anche musicali a tutto campo. Una città che elaborava linguaggi artistici unici, come la sua storia, come le tradizioni maturate nel corso dei secoli. Soprattutto musicali. E con un certo orgoglio e passione assoluta mi raccontò con dovizia di particolari della Napoli musicale degli anni’ 70, quella sua, dei Napoli Centrale di James Senese, dei Toni Esposito, di Rino Zurzolo, dei fratelli Bennato, di Sorrenti e Mark Harris solo per citarne alcuni. Oltre alla sua gloriosa generazione, condivise gli incontri e le amicizie anche internazionali che poteva vantare e con le quali dialogava col suo strumento, scivolando anche sui giovani quali Almamegretta e 99 Posse che stavano muovendo i primi passi. Li affascinavano perché pure loro elaboravano linguaggi cosmopoliti, mischiando tradizioni e contemporaneità.
Seguirono altre occasioni d’incontro incontro, altri abbracci, altre interviste a punteggiare i decenni successivi fino all’ultima, nel luglio del 2014, sei mesi prima della sua scomparsa. Era in tour per celebrare “Nero a metà”, terzo album e pietra miliare di tutta la sua discografia; manifesto di quella koinè, di quel linguaggio artistico e culturale comune alla città di riferimento. Una tappa estiva si svolse a Campione d’Italia, all’aperto. E con la promessa di andarlo a salutare lo chiamai nei giorni precedenti per registrare una chiacchierata dedicata al tour e ai festeggiamenti del capolavoro discografico. Pino, da tempo, era in fissa che lo chiamassi e che abitassi a Zurigo. Ci misi un po' a fargli capire che abitavo a Lugano, così come a Lugano vi fosse la sede della Radiotelevisione svizzera di lingua italiana. Finimmo la chiacchierata ridendo, anche se non sono sicuro avesse compreso bene il mio luogo di residenza perché salutandolo il giorno dell’evento fu stupito fossi sceso da Zurigo per un semplice saluto. Forse mi “perculò”, forse no, ma sorrideva. Rimane comunque il suo ultimo
abbraccio, l’abbraccio di questo straordinario “nero a metà”
Nella pagina “Immagini, audio e video” potete ascoltare estratti dalle interviste con Pino Daniele


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