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“Attitudes of Rebellion”, #Punk50, 1976-2026, (1)

  • Writer: Gian Luca Verga
    Gian Luca Verga
  • Feb 7
  • 4 min read

Recessione, scioperi e manifestazioni di protesta. L’economia britannica è in pieno regresso.  I servizi pubblici rasentano collasso, i disordini civili e gli scontri tra polizia e cittadini sono all’ordine del giorno. Il paese sprofonda del caos.  Questo lo scenario britannico alla metà degli anni ’70; il tessuto sociale dell’ex impero è a dir poco sfilacciato, sfibrato. Con un linguaggio prosaico me lo ricordava ogni sera a cena la famiglia che mi ospitava nell’agosto del ’77 a Exeter, capoluogo della contea del Devonshire, sede del mio soggiorno linguistico. Lui corpulento camionista figlio della working class, lei infermiera con a carico una figlia adolescente ancora agli studi. Col mio inglese in costruzione cercavo di comprender gli sfoghi, le frustrazioni e le rabbie di una famiglia e di una collettività i cui sogni si infrangevano sull’altare di un futuro plumbeo.  Ogni sera la televisione riportando notizie proponeva la medesima litania, utile almeno per me nell’apprendimento di nuove e colorite parolacce. Tranne il 14 agosto quando giunse come un’esplosione termonucleare la notizia della morte del Re (Elvis, ovviamente) di cui troneggiava una fotografia incorniciata in sala accanto a vinili accatastati alla rinfusa.  La gente del quartiere si riversò in strada chi in preda allo sgomento chi all’incredulità e per alcuni giorni il volto di Elvis tenne banco sui quotidiani, in televisione, nei palinsesti radiofonici. Come la sua voce che avvolgeva ogni nostro passo lungo delle strade del quartiere fuoriuscendo dalle finestre. Una cacofonia straniante che per qualche giorno lenì o congelò la collera generata da un futuro minaccioso, privo di prospettive, sconfortante soprattutto per le giovani generazioni.



Questo, dunque, l’humus sociale, economico e culturale mefitico dal quale fiorì il punk inglese nel ’76 (50 anni fa giusti giusti); che cambiò profondamente i connotati al rock e il corso della musica. E non solo.  E ricordo che già alcuni alieni in quell’estate del ’77 sciamavano spocchiosi con creste fluorescenti, anfibi marciti, spille e magliette stracciate nella sonnacchiosa provincia inglese sotto lo sguardo attonito dei benpensanti. D’altronde l’anno precedente, appunto il ’76, l’anno che trasforma la vita a una generazione inquieta, i Pistols, Clash, Damned, Vibrators, e altre meteore, avevano già infiammato e messo a soqquadro locali, riviste specializzate, programmi radiotelevisivi e la morale comune.  Soprattutto a Londra, epicentro del terremoto.  Anche se la sera, nella discoteca di provincia (un disco bar alla buona che noi minorenni potevamo frequentare), tra i classici del rock, soul e un pizzico di dance il selecter del locale suonava i primi singoli degli Stranglers quali “Go Buddy go” e “Grip”, “New Rose” dei Damned (la prima canzone punk incisa) e soprattutto “Anarchy in Uk” e la fresca di stampa e “God save the Queen” dei Sex Pistols. 45 giri acquistati per poche sterile nel negozio di High Street che sulla pista da ballo scatenavano un vero sabba liberatorio, una bolgia senza freni. La scarica di adrenalina che infondeva quel suono ruvido e selvaggio era taumaturgico, attraversava il corpo eccitando le sinapsi titillando il battito cardiaco.  E ti si appicciava addosso per non lasciarti più. Intuivo che stava per accadere qualcosa, che spirava “aria di rivoluzione” pur non comprendendone il perimetro e la portata. Perché il punk stava sottolineando il fallimento delle ideologie. Ma tu eri li, eccitato, a surfare su quel magma ribollente che liberava suoni di cartavetro, rivendicazioni, rabbie a innaffiatoio, estetiche scioccanti. E percepivi intimamente che ti appartenevano.

Nell’agosto del ’77 in pieno giubileo regale (25. esimo di regno) Elisabetta II era in tour, un world tour, o meglio: un Commonwealth tour per incontrare i sudditi. Transitò pure da Exeter blindata nella Bentley reale con tanto di consorte e immancabile cappellino. Lungo il percorso fu accolta da scolaresche festanti, curiosi e da una marea famiglie, anziani e veterani della Seconda guerra mondiale. Come da copione. Immutabile.

Ma è d’obbligo un rewind.



Nella New York degli anni’70 un nuovo fermento artistico è in ebollizione. L’ideologia “peace & love” non è più idonea a raccontare il malessere sociale crescente.  Quello delle periferie soprattutto, consumate dalla noia, private di stimoli e prospettive. E cresce il bisogno di esprimere e urlare la propria rabbia, la propria frustrazione. Matura la necessità di stigmatizzare le storture di una società artificiosa e mentoniera, derubata dai sogni in cui è difficile farne parte, ottenere possibilità reali. Il proletariato è confinato in questo limbo.  

Il CBGB è sito nella Bowery, Lower Manhattan, all’epoca in pieno declino. Il club accoglie giovani musicisti alieni tanto al mainstream di allora quanto al rock che andava per la maggiore.  Troviamo i Television del compianto Tom Verlaine e di Richard Hell, Patti Smith, gli Stilettoes (i futuri Blondie di Debby Harry) e soprattutto 4 ragazzi del Queens: i Ramones che contribuiranno da lì a poco a diffondere il nuovo verbo su scala planetaria.  Il CBGB è casa loro, ed è sempre più frequentato. Si coagula proprio al numero civico 351 in Bowery Street la nuova scena alternativa musicale nata sulle ceneri delle garage band più selvagge quali Stooges e MC5. Con nuove estetiche soniche - al bando assoli, tecnicismi, raffinatezze stilistiche e qualsivoglia orpello abbellente - e di immagine: spille da balia, jeans stracciati, laceri, un po’ di Lattex, trucco pesante, borchie.  Che diverranno i futuri tratti distintivi.  Ma ciò che più conta la velocità, i suoni abrasivi, le distorsioni e l’attitudine. Si stava profilando la colonna sonora perfetta per rappresentare le disillusioni e la sconfitta degli ideali e il fallimento delle ideologie.  Anche dall’altra parte dell’Atlantico.

Una controcultura in crescita, certificata anche dal successo di un festival (sempre tra le mura del CBGB), che però era orfana di un nome, una parola, un aggettivo che la potesse identificare. Questa vitale centrifuga che frulla innovazione e ribellione e musica e riassumerla. E nonostante un assist perfetto lo offri un fan, che di mestiere era grafico, pubblicando una fanzine a fumetti denominata “Punk”.

Ci pensò allora Malcom McLaren, inglese, manager delle New York Dolls, che ebbe l’illuminazione.  Fiutando l’affare abbandonò la band e gli States rientrando a Londra. Con Vivian Westwood, la sua ragazza, possiede già un negozio d’abbigliamento il “Let it rock”, in King’s Road, Londra, che ribattezza “Sex”. E mutuando l’estetica assorbita nella Grande Mela i due iniziano a produrre un abbigliamento “stracciato” e sadomaso. Il negozio diverrà punto di riferimento del nascente movimento, come Mc Laren e la Westwood. Ma ciò che più conta è che il carismatico e astuto Malcon, imminente ideologo del movimento, offre il retrobottega a un giovane gruppo musicale: The Strand, 4 ragazzi che di lì a poco rivoluzioneranno il mondo come: i Sex Pistols. 


 

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