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Quando la musica si fa carne, quando la musica si fa spirito

  • Writer: Gian Luca Verga
    Gian Luca Verga
  • 2 hours ago
  • 2 min read

Prima di essere coordinate geografiche la musica di Goran Bregovic è un altrove dell’anima. Nella sua stupefacente ricchezza, nella sua inesauribile vitalità dal vivo, liberata dai solchi di un vinile o da un cd, è musica che esplode con fragore. Ed è musica di una malia a dir poco stordente. I suoi spettacoli hanno pochi eguali per intensità e il coinvolgimento fisico ed emotivo. Per la capacità di emozionare e sovvertire i sensi.



Forse perché rincorre idealmente quel filo, musicale, culturale e popolare, che si perde nella notte dei tempi. E che ci parla della vita e della morte, delle frontiere reali e del cuore o, ancora, di quella porzione di terra, i Balcani, mai completamente compresi, che nella loro complessità e ricchezza sono il teatro privilegiato per raccontare la vita; nelle sue gioie, nella sua tragicità.  Ed è questo filo, quest’anima che ha viaggiato per secoli lungo rotte misteriose a rappresentare lo “spirito slavo”.  E il dono che vanta questo artista balcanico è la capacità di interpretare lo spirito di questo tempo conciliando il locale con l’universale. Dispensando soprattutto dal vivo musica ed emozioni intraducibili a parole. Che ti si appiccicano addosso quando la fanfara gitana (per lui i migliori musicisti al mondo!) esplode travolgendo tutti e tutto. E la musica diventa carne. Spirito invece quando la tensione degli archi squarcia gli animi e la solennità del coro, complice la levità delle Voci bulgare, affronta le pagine più drammatiche, dilatate nello spazio e nel tempo. 



E Bregovic è sempre lì, sornione seduto sul palco, di bianco vestito, affabile e sorridente, anche divertito. Ama indossare i panni del pifferaio magico dosando con assoluta maestria il suo talento compositivo, colto e popolare, che ti seduce con struggente malia, che ti ubriaca per la ruvida sensualità e quella “joie de vivre” straripante e anarchica, tragica e visionaria che ci svelò il cinema dell’amico fraterno Emir Kusturiza. Un sodalizio coronato dal successo de “Il tempo dei gitani”, “Arizona dream” o “Underground”. Perché tra i due esiste, o meglio esisteva, un legame forte, profondo, intimo costruito in gioventù quando i due condivisero le prime sbandate, le prime bevute e, soprattutto, la passione bruciante per il rock.


Goran Bregovic ha saputo raccontarci in musica l’urgenza dei suoi tempi. Non solo coniugano il rock con la tradizione classica, le litanie bizantine con il folklore dei Balcani, la ruvida irruenza delle fanfare di paese con l’estetica patinata dell’Occidente. L’artista di Sarajevo ha sublimato il corpo musicale della tradizione, trasfigurandolo in una dimensione lirica e ironica e visionaria grazie alla comunione di molti linguaggi contemporanei.



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© Gian Luca Verga

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