Nel cielo infinito
- Gian Luca Verga
- Mar 25
- 4 min read
Gino Paoli si recava volentieri a Lugano. Non fosse che l’adorato nonno, anarchico e analfabeta, conosceva a memoria le canzoni anarchiche e in particolare “Addio Lugano bella” di Pietro Gori, composta proprio sulle sponde del Ceresio. Un canzoniere che Gino aveva assorbito, e lo canticchiava mentre me lo raccontava in un’intervista, rivendicando il suo esser anarchico, pur essendo stato eletto alla Camera dei deputati, una sola legislatura per carità, tra le fila del Partito comunista.
“Ho capito tardi che la politica non faceva per me; troppi compromessi e mediazioni per uno col mio carattere. Un errore, un’esperienza breve ma utile, dalla quale trarre insegnamenti utili a legger la società”.
Ma la sua attenzione alla realtà sociale, politica, culturale scorrevano nel suo Dna. Gino Paoli non è “solo” - si fa per dire! - “La gatta”, “Il cielo in una stanza” e altre pagine leggendarie, scolpite nella storia, nella cultura, nel costume del ‘900; canzoni che hanno saputo anche trasformare il quotidiano in poesia. Paoli non è solo quell’amore, e infinto e affetto, per Ornella. È una moltitudine. Complessa, fertile.
Altamente consigliato l’ascolto di due album degli anni ’70, arditi e anarchici, pubblicati dopo una stagione di crisi personale, di ombre e di latitanza dalle scene. Il primo è “I semafori rossi non sono Dio” in cui interpreta, traducendole in italiano, canzoni di Joan Manuel Serrat, tra le figure più importanti della musica catalana. Il secondo è “Il mio mestiere”. E sono dischi intensi, in cui Gino parla e canta di libertà e democrazia, di emarginazione, diversità e alienazione oltre che di amore e rapporti umani. Libero, controcorrente anche, senza filtri se non quello dell’impegno e della poesia. “Che dice il non detto. Non è quello che hai scritto ma ciò che evoca, che sottende e che ti arriva. La poesia è anche la voce del silenzio”

E a ben pensarci per lui, genovese di Pegli, burbero in apparenza, ruvido e spigoloso non può esser altrimenti. Per lui uno dei padri, se non il padre della canzone d’autore in Italia, colui che con alcuni compagni d’avventura, di bisbocce notturne, ebbri di vino, vita e poesia diede vita a quella che passerà alla storia come la “Scuola genovese”; che poi nacque a Milano, ma questa è un'altra storia. E i sodali erano De André, Lauzi, Bindi, Tenco tutti genovesi tranne Tenco che proveniva da Ricaldone, provincia di Alessandria. E Gino fu davvero un rivoluzionario affrancando la canzonetta d’allora, soprattutto sanremese, dalla oleografia del passato, dagli stereotipi e dai cliché del tempo permettendole di esprimere la vita e i sentimenti grazie a un linguaggio tutt’altro che convenzionale per l’epoca. Che procede per sottrazione, spogliandosi di orpelli, in cui ogni parola e virgola oltre ad ad aver il proprio peso e significato scivolano amalgamandosi nella musica.
E la canzone cessa di esser solo puro intrattenimento per diventar anche altro, una forma d’arte.
Come sappiamo un ruolo significativo lo giocarono i francesi, gente come Brassens, Brel, Leo Ferrè del quale divenne amico fraterno quando si conobbero nella tenuta toscana del “francese”, che produceva vino.
Confidandomi di notti infinte a parlare, scambiarsi idee, rifletter sulla vita e sull’arte tra abbondanti calici di vino, whisky e sigarette infinite.
Come mi raccontò della pallotta nel cuore e del perché non la tolse mai, al netto di un eventuale periglioso intervento chirurgico. “Si dice che i vecchi siano saggi: balle, almeno per me. Io ho ancora bisogno di cercare, sperimentare, scoprire, amare, incazzarmi, stupirmi e meravigliarmi. Finché hai questi desideri, hai queste esigenze non sarai mai vecchio. E questo proiettile è rimasto lì a ricordarmelo, a ricordarmi di vivere ogni giorno nonostante l’incedere dell’età. Ho messo al mondo quattro figli, pianto alberi (nel suo podere in Toscana dove produce anche “L’olio dei Paoli”) che daranno frutti non prima di dieci anni. Mi interessa la vita, ne sono goloso. Amo, mi incazzo, scrivo, vivo nonostante sia sempre più un mondo di merda. E la mia longevità, nonostante una vita discutibile dal profilo salutistico è imputabile proprio a questo: la morte è la mancanza di interessi.”
E la Derringer se la punto al cuore in un pomeriggio d’estate Gino, quando le “palanche” già entravano copiosamente; non quando si arrabattava a Boccadasse (nel cui mare saranno sparse le ceneri) per sbarcare il lunario tra occupazioni occasionali, l’amore per la gatta Ciacola e la pittura, una grande passione come quella per il jazz.
“Ricordo la Genova occupata dagli alleati. Io ero un ragazzino e scambiavo coi soldati americani i prodotti freschi dell’orto coi vinili di jazz. Era parcheggiati vicino a casa e quella musica mi rapiva.”

Burbero, diffidente, spigoloso Gino Paoli lo era. Eccome. Ricordo un pranzo nella sua casa di Pegli, quella con la terrazza che sfocia quasi nel golfo. Un momento conviviale per condividere la nostra idea di realizzare un film sulla sua vita; cosa che poi avvenne. Io millantai la mia conoscenza del pesto. Lui fece preparare quello “vero e tradizionale” (trofie, patate e fagiolini). Ammisi la mia ignoranza culinaria e per qualche minuto, con lo sguardo da killer sotto i Ray Ban fumè, non perdonò la mia supponenza.
Ma quando entravi in sintonia avevi la sua totale attenzione. E scaturivano chiacchierate intense, ricche di scambi e personalmente arricchimenti. Fradice di storie avvincenti ed esperienze vissute in prima persona, gustosa aneddotica, punti vista e sguardi originali sul presente, sulla musica, l’arte, la politica. Senza maschere, sempre e comunque vero. Perché lo era, con le sue luci e le sue ombre, il suo carattere spigoloso, i suoi inciampi e il suo genio. E sempre con la sigaretta accesa tra le dita. E poi, come fai a non stimare colui che scoprì, incoraggiò e promosse Lucio Dalla (produsse il suo primo disco)? O costrinse quasi con forza il refrattario Fabrizio De André a esibirsi per la prima volta davanti a un pubblico (Circolo della Stampa di Genova) ? Ma che soprattutto ha donato a tutti noi qualcosa di talmente impalpabile e fragile da risultare eterno: la canzone.
ps. Gli intitoliamo il giro di do?
Showcase 2016 - Video
"Un highlander a Lugano", incontro con Gino Paoli (video; a partire da 1 ora e 21')



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