Ho visto un Re (in un mondo di stronzi): Enzo Jannacci!
- Gian Luca Verga
- Mar 28
- 4 min read
«La forza di Jannacci è nel gioco delle pause, nel suo non saper cantare, nel suo tener la chitarra contro ogni regola professionale, nella misura magistrale dei gesti, nel volto sempre attonito e inespressivo. Il risultato è un atto d’amore per la condizione umana nella forma in cui egli la avvicina, la più bassa, è nell’irrefrenabile comicità che, nascendo da ogni suo gesto, non uccide mai la pietà."
Umberto Eco, “La canzone nuova” (1963)
Amavo ascoltarlo biascicare frammenti di parole. Enzo faceva spesso del linguaggio una marmellata di fonemi masticando vocaboli e pensieri perché, e ormai mi era noto, i suoi lucidi ragionamenti si sviluppavano a geometria variabile. Ma da cui affioravano schegge taglienti di verità. Eccome se affioravano. Scomode, anche tragiche oppure dolci e levigate come il suo volto. Uno di quelli che ha scandito oltre mezzo secolo di storia del costume della cultura e della canzone italiana. E “in direzione ostinata e contraria” a sfidare con la canzone e il teatro le derive sociali, politiche, culturali; ma anche il malcostume e le convenzioni con le armi dell’umorismo, dell’ironia o del sarcasmo. Senza scordar quel piglio surreale che era una delle sue cifre espressive. E dentro questa voce e queste parole legate da fili sottili straripava la moltitudine che quest’uomo conteneva.
Perché Jannacci apparteneva a una razza in via d’estinzione. Oltre 50 anni di carriera tra canzone, musica, teatro, cabaret, la professione di chirurgo e una coerenza davvero unica, esemplare. Apparteneva a quella stirpe di grandi affabulatori, purtroppo sempre più rara che il tempo, nel suo inesorabile incedere, si porta via senza provare quella deferenza che il soffio leggero di una poesia spiazzante e fradicia di umanità suggeriva. La sua voce era “disagio esistenziale” hanno scritto, aggiungo “resistenza etica”.
Perché se l’Enzo nella sua vita ne ha viste tante, e fatte ancor di più, mi ha sempre commosso quel bisogno vitale di comunicare al mondo la sua umanità, e con testardaggine, che si poneva quale argine all’ottundimento collettivo e alle derive sociali. L’umanità affrescata nella sua straordinaria commedia umana, che si è arricchita stagione dopo stagione di volti ora comici, ora tragici (quelli dei disperati, dei disgraziati dei diversi e dei vinti) lui li assolveva tutti, li benediva. E sono oggi fantasmi di un passato che ancora albergano in questo scorcio di nuovo millennio. Certo la Vincenzina è sempre lì, fuori dalla fabbrica. Avrà tratti somatici che tradiscono altre geografie. O l’Armando, il Mario, il barbone con “i scarp del tennis”, il telegrafista Giovanni, i “sessanta terùn” arsi vivi a Marcinelle, o ancora Natalia, bimba gravemente malata che sperimenta la bieca malasanità. A loro e a tanti altri l’Enzo ha sempre voluto un bene dell’anima. Non poteva farne a meno perché ognuno di loro possedeva qualcosa che ci appartiene. Specchi rotti dove riflettersi. E dei quali ne cantava anche l’epica con quell’ impareggiabile malinconia e drammaticità interpretativa. Forse è questo uno dei segreti che ne decreta l’amore del pubblico, per il quale Jannacci rimane ancora oggi una certezza, un punto di riferimento. Uomo e artista vero. Per le sue storie sghembe, grottesche, assurde che ci hanno fatto anche ridere. O per le incazzature che viveva sulla propria pelle che traslava in musica. Senza ovviamente scordare quel talento musicale raro e prezioso e i compagni di viaggio - Gaber, Fo, Cochi e Renato, Paolo Rossi e una pletora di musicisti da urlo, custodi delle sue intuizioni - coi quali ha condiviso quell’ infinito frastagliato percorso fradicio di ombre e di luci, che ha seminato genio (tanto) e profonda umanità; germogliando un patrimonio umano, artistico e musicale inestimabile.
Nell’ottobre del 2001 Enzo Jannacci pubblicò “Come gli aeroplani”, un gran bel disco, anche rabbioso, il penultimo di inediti che si apre però con “Via del Campo” che, come sappiamo a lui è accreditata la musica, e che contiene, tra le altre, la splendida “Lettera da lontano”, premio Tenco l’anno successivo.
Pochi mesi dopo lo invitai per uno showcase allo studio 2 che accettò di buon grado e venendo allo Studio 2 con un super gruppo governato dal figlio Paolo. L’Enzo conosceva bene e stimava la RSI, il nostro territorio e il pubblico della regione che apprezzava per la capacità d’ascolto, l’attenzione e la comprensione. E personalmente l’avevo incontrato in molte occasioni. Quasi sempre nei camerini dei teatri: a Chiasso ci interruppero in quanto, avendo perso la cognizione del tempo era atteso sul palco, e il pubblico iniziava a rumoreggiare. A Varese al termine della performance mi concesse un’intervista fiume che terminò a notte inoltrata per la gioia degli inservienti. E poi a Milano, a Lugano, alla RSI o ancora a Sanremo quando si presentò con l’allievo sodale Paolo Rossi offrendoci “I soliti accordi”. E fu una chiacchierata sospesa tra il sarcastico e il surreale. Ma coglievo sempre il piacere e l’urgenza di raccontare e raccontarsi con passione, veemenza a volta, senza maschere o filtri. Indomito l’Enzo, e spiazzante a volte come solo lui era capace di esserlo; abile nell’ alternare toccanti immagini poetiche a rabbie e invettive e di strappare risate sempre più amare. Uomo, artista stralunato e pirotecnico e gravido di umanità: un vero genio in un mondo di stronzi!



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