top of page

"E poi scegliere con cura le parole"- La resistenza lirica di Mauro Ermanno Giovanardi

Writer: Gian Luca Verga
Gian Luca Verga
Apr 22
4 min read

Si corre con affanno, si strepita, si posta. E con fatica si prestano orecchie e occhi alla qualità. Con fatica perché richiede impegno, disciplina e tempo. Quello da sottrarre o rubare per declinarlo alla cura delle cose, alla propria interiorità, alla relazione con sé stessi e gli altri, alla bellezza. Al proprio nutrimento. Un tempo utile per ruminare tanto sulle cose del mondo quanto su quelle intime, personali o quotidiane. Che rischiano di sfuggirci o che bolliamo frettolosamente con un giudizio sommario, un like, un commento buttato là.

Anche la musica di consumo, quella che va per la maggiore è riflesso di questa condizione. È sempre più prodotto becero e dozzinale, destinato tanto a Sanremo quanto alla festa della porchetta; facile da nebulizzare per i balletti di Tik Tok o quale sottofondo per la generazione spritz.  Non richiede più di quel tanto, non scalfisce e non usura la nostra curva dell’attenzione. Ai, algoritmi e autori scafati replicano schemi conosciuti e consunti che rendono la canzone mero prodotto di intrattenimento, svago da consumare. Nulla di male, ma non basta.



Poi capita che Mauro Ermanno Giovanardi, voce storica, voce generazionale che ha segnato stagioni artistiche memorabili anche dal profilo sentimentale, sia coi La Crus che con i suoi viaggi in solitaria, pubblichi un album che scompagina le carte. Folle e coraggioso, elegante e necessario. E che si appella alla qualità delle parole scelte con cura, e dei silenzi: “E poi scegliere con cura le parole” (Woodworm Label).  

Per raccontare anche il suo e il nostro tempo, intimo e collettivo. Gravidi di inquietudini e smarrimento. Senza salire sullo scranno, evitando proclami o sventolando verità assolute. Non è il suo stile. Anzi, ha fatto proprio quella “leggerezza pensosa” di Calvino, ovvero quel reagire alla pesantezza del mondo con precisione, empatia e fantasia, mirando a sottrarre quel peso superfluo al linguaggio e al pensiero. Per porsi anche in dialogo con noi perché la musica può, deve esser quel dispositivo che attiva relazioni.


E li incastona, queste parole e questi silenzi come “preziosi” in una trama sonora tessuta con la sapiente complicità di Leziero Rescigno e Lele Battista, affidabili sodali di lunga data, tra il piano acustico, archi e soprattutto l’elettronica raffinata, che respira, che è duttile, dinamica e che si trasforma, mutando, senza esser mai didascalica o soffocante a fronte degli orizzonti sentimentali e psicologici che la voce esplora scavando tra luci e ombre, disillusioni, detriti atmosfere crepuscolari, improvvise aperture e squarci di speranza. Tra le ambizioni di Giò, che era già quella accarezzata coi La Crus, formulare una canzone d’autore adeguata al terzo millennio. Tra le radici e le ali.  Ambizione ampiamente appagata perché anche queste nuove pagine si rivelano esser degli splendidi atti di resistenza lirica. Che necessitano tempo, sedimentazione per poi ricompensarti con gli interessi.



Giò ha coinvolto alcuni suoi simili, fratelli per affinità e sensibilità, “un cenacolo di autori” o meglio “un collettivo della parola” che annovera stimati autori quali Bianconi, Kaballà, Colapesce, Anastasi, Cheope e Alex Cremonesi, il terzo storico La Crus.  Ribaltando con la forza di un lirismo innato, senza strepitare, alcuni paradigmi, malvezzi, luoghi comuni o narrazioni che gravano sul senso di “fare canzoni”.  Perché possono anche esser “eccedenze spirituali” oltre che intrattenere. E lo ha fatto con quella cocciutaggine che gli riconosciamo (o meglio: in perenne ascolto del suo Daimon) a fronte del laborioso travaglio del disco.  Perché Giò, fedele al suo credo, non si rassegna, motivato dalla bellezza che ancora può fermentare tra le pieghe di una canzone, di un atto creativo, profondamente umano da condividere con gli altri.  Non è certo l’unico Mauro Ermanno Giovanardi, ve ne sono altri e di qualità.  Ci mancherebbe.  Ma ho contezza che queste nuove canzoni, un rosario laico da sgranare, si appiccicheremo dietro la curva del nostro cuore.  


E poi, come ho già scritto altrove c’è la sua voce, patrimonio dell’umanità. Anche se sappiamo che una bella voce spesso non basti. Se però aggiungiamo la sua capacità interpretava, la capacità (naturale in apparenza) di offrire il giusto peso emotivo alle parole proferite, cantate o sussurrate, quel talento raro e prezioso di saper interpretare le luci e le ombre, gli stati d'animo e gli anfratti anche reconditi di ciò che il contesto emotivo, sentimentale e psicologico esprime, allora beh, siamo al cospetto di un fuoriclasse assoluto. Un uomo e un artista "condannato alla bellezza", come concordammo un tempo durante le nostre chiacchiere impastate di vita, musica, risate, calcio. Un concetto da interpretare anche quale valore etico e morale, quale forma di resistenza contro le infinite storture del nostro tempo.



“Tra quelli fatti da trent’anni a questa parte è il mio disco più pensato, soppesato, aspettato… e anche il più travagliato. Al suo interno, tra le sue pieghe, c’è tutto il mio modo di essere e il mio approccio alla musica: fatto di disciplina, costanza, sacrificio e, contemporaneamente, di amore, rispetto, senso etico, morale ed esistenziale. È, tra tutti, il disco più esistenzialista che abbia mai realizzato. Una “esistenzialità” che però non si lascia trascinare né trascina nell’oscurità, nel “maelström” del malessere, ma che viene affrontata con una certa leggerezza. Una “leggerezza pensosa”, per dirla con Calvino nelle Lezioni Americane.  È stato un progetto travagliato perché il suo percorso parte da lontano, da prima che scoppiasse il Covid. Credo che senza la pandemia sarebbe stato un disco diverso: sicuramente sarebbe uscito almeno cinque anni fa e sarebbe stato, a tutti gli effetti, qualcos’altro. Durante il periodo pandemico ho deciso di metterlo in stand by per lavorare a un nuovo capitolo dei La Crus, per poi riprenderlo nel 2022, chiuderlo quasi del tutto e sospenderlo nuovamente per pubblicare, nell’aprile del 2024, “Proteggimi Da Ciò Che Voglio”. Un’uscita che è stata un episodio nei nostri percorsi ormai solisti, e non una nuova ripartenza o rinascita della band: una bellissima e appagante esperienza, che però difficilmente avrà un seguito».

Mauro Ermanno Giovanardi 

Comments


  • Facebook
  • Instagram

Blu Macaja  
Scrittura, memoria, ascolto  
© Gian Luca Verga

bottom of page