Caetano Veloso, l'incanto bahiano
- Gian Luca Verga
- Mar 9
- 4 min read

Come tutti ho anch’io ho i miei territori di affetto, come scriveva P.V. Tondelli. Che sono sconfinati, rigogliosi e soprattutto diversificati. Molto. Zeppi di persone, letture, frammenti di viaggi, immagini, musica. Tanta musica. E spesso ci ritorno per trarne piacere, bellezza e linfa vitale. Di recente ho incontrato una volta ancora un sopraffino cantore bahiano, uno di quelli capaci di sovvertire i sensi.
Caetano Veloso è indubbiamente tra gli artisti più significativi della sua generazione, e che generazione! Un maestro che ha assunto nel tempo un ruolo prominente nella storia della cultura e della musica popolare brasiliana. E per dirla tutta è ancora oggi tra gli autori più significativi, amati e celebrati del pianeta. Non lo conoscete? Probabilmente si avendolo ammirato grazie a quell’intenso momento magico del film “Parla con lei” di Pedro Almodovar. È lui che interpreta “Cucurrucucu Paloma”.
Caetano è un bahiano di Santo Amaro amante della “Nouvelle Vague” e del cinema italiano, Antonioni e Fellini in primis. È amico fraterno di Gilberto Gil col quale condivise anche la persecuzione della dittatura e apparve sulle scene negli anni ’60 del secolo scorso mentre la cultura brasiliana viveva uno dei suoi momenti più ricchi e arditi: dal “Cinema Novo” al “Teatro Oficina” a quello che grazie a Caetano stesso a Gil, a Tom Ze conosceremo come il “Movimento Tropicalista”. Una pagina fondamentale, imprescindibile per la musica, la cultura e la società brasiliana il cui scopo era edificare una nuova cultura popolare che potesse affrancarsi dagli stereotipi di sempre. Che potesse cioè superare l’immagine “di una mulatta in costume di pailettes, calze iridescenti e tacchi alti. Dovevamo smantellare il Brasile dei nazionalisti, andare fino in fondo e polverizzare l’immagine del Brasile carioca”.
Rispolverano la teoria dell’antropofagia culturale elaborata negli anni ’20 da Oswald De Andrade: nutrirsi delle esperienze esterne al Brasile - in questo caso il rock anglosassone- incrociarle con le proprie tradizioni e proporre il risultato come esempio di una nuova cultura popolare. Da cui potesse nascere “un senso di responsabilità per il destino dell’uomo tropicale”. I tropicalisti utilizzarono il concetto di cannibalismo come metafora del rapporto fra culture. Dunque, la declinazione brasiliana del ’68 europeo transita attraverso le parole e la musica di Veloso e Gil
Caetano incide anche una canzone che gli permette di esprimere l’odio nei confronti del regime che soffoca il paese: “È proibido proibir”, titolo mutuato da una degli slogan del “maggio francese”: “Il est interdite d’interdire” che diviene uno tra i manifesti musicali e culturali della rivolta.
Una stagione drammatica e straordinaria al contempo, dal profilo culturale. Di un paese enorme e povero attraversato sin dai primi anni ’60 dai fantasmi della dittatura prima, della repressione poi che permise a Caetano di conoscere suo malgrado la prigionia prima e l’esilio a Londra poi. E che rimane un’esperienza di vita intensa, formativa e artistica feconda.
E quella dell’artista bahiano, fratello della splendida Maria Bethania, è sempre stata e lo è ancora una presenza forte, illuminante. Un punto di riferimento anche per le generazioni successive. Per la qualità della sua scrittura, per la poetica espressa nel corso dei decenni, per l’originalità e la lucidità del suo pensiero, la coerenza e una rara statura morale.
Poi ovviamente c’è la sua musica. Nata da una fascinazione stordente pr la bossa nova di Jobim e Gilberto e la sua “batida”. E i giovani che allora ne furono investiti rimasero a dir poco folgorati: “Ascoltare Joao era un’esperienza mistica” mi disse Veloso nei primi anni ’90 a Sanremo, in occasione del Premio Tenco. E per il quale (Gilberto appunto), scrisse un verso sublime: “meglio del silenzio c’è solo Joao”. Ribadendo al contempo e con ferma gentilezza che “il Tropicalismo non fu mai un movimento contro la bossa nova, e Joao a differenza di altri artisti che gli succedettero lo capì e ci sostenne sempre.”
La bossa, dunque, un concentrato di “modernismo” che segna indelebilmente la sua straordinaria traiettoria artistica sin dal primo album “Caetano Veloso” del 1968, quello che contiene la canzone manifesto del nuovo movimento “Tropicalia” e il primo successo “Alegria, alegria”. La bossa, ovvero il propellente che anima l’impegno politico progressista suo e della comunità artistica contemporanea – Gil, Bethania, Gal Costa tutti con radici bahiane- coi quali Veloso battaglia per il rinnovamento culturale e musicale del suo paese aprendosi all’energia e agli stilemi di quella musica che dalla “Swingin’ London” stava travolgendo il mondo intero. Insofferente alla “purezza del suono brasiliano” in Inghilterra il nostro sperimenta con le nuove sonorità e linguaggi per innestarli nella sua già rigogliosa tradizione. E rientrando in patria offre così una canzone più articolata, eclettica, golosa di sonorità e linguaggi anche differenti. Una cifra stilistica che unitamente alla proverbiale ricchezza della sua poetica lo accompagnerà nel corso dei decenni.
Caetano Veloso ha dipinto un acquarello universale straordinario, un caleidoscopio stupefacente evolvendo la tradizione e tornando alle radici, giocando con le sonorità acustiche, elettriche ed elettroniche, fondendo la sua musica nei rivoli del rock e del jazz e soprattutto sperimentando. E non da ultimo Caetano ha spesso partecipato fattivamente al dibattito politico e culturale della sua terra, esponendosi in prima persona. Insomma un gigante gentile della musica e della cultura del ‘900.



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