Capitolo XV - Epico, psichedelico e disastroso: il sogno dei Pink Floyd a Venezia
Updated: 2 days ago
Partii da Lugano presto, molto presto (abbandonando per un paio di giorni il festival di Montreux), la mattina stessa con l’intento di raccontare alla radio quello che da settimane la narrazione ufficiale spacciava quale concerto del secolo o giù di lì. D'altronde gli ingredienti c’erano tutti: tre semidei del rock gratis in concerto e in mondo visione in un contesto unico al mondo, come furono i loro concerti a Pompei o a Versailles o il successivo “The Wall”, che Roger Waters mise in scena l’anno successivo a Potsdamer Platz a Berlino. La certezza che i Pink Floyd amassero metter la loro musica in dialogo con l’architettura e la storia era stimolante. D’altronde tre di loro erano iscritti in gioventù alla facoltà di architettura.

Avevo così convinto la Direzione a recarmi per una notte a Venezia raccontando l’evento al telefono. Nel 1989 i cellulari erano pura fantascienza al pari del Freccia Rossa. Quindi nei giorni precedenti tappa obbligatoria a Lavena Ponte Tresa per far incetta di gettoni telefonici. Li ricordate, in ottone con le tre scanalature? Mentre sul treno, da Milano in poi, si intruppavano giovani provenienti da ogni parte d’Italia e non; carne umana appesa a zaini e zainetti che condivideva la medesima destinazione anche se tutti noi ignoravamo come “La Serenissima” ci avrebbe accolto. Al netto delle polemiche accese che l’evento scatenò. Si sapeva solo che la città era già sotto assedio almeno dal giorno precedente, invasa da giovani accatastati ovunque. E l’anticamera della bolgia dantesca si presentò già alla stazione; a fatica ci si muoveva, soprattutto verso Piazza San Marco, calpestando immondizia, vetri, bottiglie, giovani corpi affastellati in gruppi e il sottoscritto alla ricerca di bar disponibili per la telefonata di rito. Molti esercizi pubblici avevano già abbassato le serrande preoccupati dalla calata degli Unni. Quelli aperti se non trincerati applicavano prezzi esorbitanti per una bottiglietta d’acqua, un panino raffermo, un caffè. Che dovevi consumare previa telefonata d’ordinanza. E si camminava avvolti dall’acre odore di hashish miscelato agli effluvi di chi svuotava la vescica ovunque capitasse. Una miscela irresistibile aromatizzata dall’ingrediente della casa: l’immancabile l’olezzo salmastro della laguna.
Accoglienza e assistenza inesistenti: servizi igienici, toilette chimiche, punti assistenza, acqua e ristoro erano una chimera. Però avevamo poco più di vent’anni e a certe cose, a quell’ età, non fai troppo caso: l’eccitazione montava al pari dell’illusione di vivere una pagina di storia epocale.

A Venezia si attendevano 50.000 persone, ne arrivarono (leggemmo poi) 200.000 e più, mettendo a repentaglio la proverbiale fragilità del prezioso ecosistema. Che rimase sospeso tra le maglie dell’evento e quel sentore di tragedia che aleggiava tra le calli. A già, perché quella sera, come tradizione ogni 15 luglio, andava anche in scena l’annuale festa del Redentore, giusto per mescolare sacro e profano: la tempesta perfetta, alla quale contribuì lo sciopero degli spazzini nei giorni successivi e dei trasporti la notte dell’evento stesso. Per non parlar degli strascichi feroci che l’iconico evento scatenò a livello politico, sulla stampa e nell’opinione pubblica dei Veneziani, sgomenti e incazzati nell’aver visto la propria città deturpata, stuprata direi dalla totale assenza di rispetto e decoro. Per la cronaca “saltò” anche la Giunta comunale.

All’epicentro ci si avvicinava a fatica, surfando tra l’anarchia che si era impadronita della città. Si inciampa tra le transenne, tra gli accrocchi di corpi seduti, sdraiati, accovacciati oltre ai tanti ragazzi abbarbicati ovunque (tetti, lampioni, cornicioni, impalcature delle luci che furono utilizzate parzialmente). Ogni centimetro quadrato della piazza e del dedalo delle calli e dei campielli che la incorniciano è presidiato da un bestiario umano caotico dalla ricca policromia delle mise, della foggia delle chiome, delle lingue e dialetti parlati, e dagli afrori che evaporano. La piazza è già un cantino infuocato, è in corso il sound check. Il suono è buono anche se i volumi che provengono dal palco edificato sopra la chiatta galleggiante non spinge un granché. L’allestimento - palco, chiatte, impianto audio video, cavi sottomarini - fu una sorta di miracolo di ingegneria. La sera alzarono si i “pippolini” del mixer, non troppo però. L’impianto rimase imbavagliato: la paura che il rock ferisse i monumenti era grande. E l’ascolto, come la visuale, furono difficoltosi nei 90 minuti di concerto (ridotto a fronte delle esigenze televisive e che imposero alcune “scelte assassine”). Una performance arredata dalle luci e dai visual della band che resero immortale la laguna e la sua gente, la flotta di scafi attraccati ai bordi del palco, i bagliori cromatici e i riflessi sull’acqua e la sua architettura; lo skyline della città era ammaliante. Il rientro fu un’altra vera odissea tra sciopero dei mezzi, il colossale marasma di gente in lento movimento, stremata, sudata, affamata e con la vescica al limite e oltre. Una sorta di gigantesco blob che ingurgitava tutto e tutti. C’è aria di tregenda nell’approssimarsi, davvero a fatica, alla stazione. E poi l’attesa infinta per i pochi treni garantiti. Rientrai a Lugano in serata dopo aver raccolto sul treno pareri molto contrastanti relativi all’epico evento che, pur entrato nella storia, divide ancora oggi a distanza di quasi quarant’anni.




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