I fiori del Mali (vol. 1)
- Gian Luca Verga
- Jan 23
- 3 min read
“Dio ha creato i paesi ricchi d’acqua perché gli uomini ci vivano, i deserti perché
vi trovino la loro Anima. In una ricerca infinita, senza fermarsi mai”
Proverbio Tuareg
Amo ascoltare con ciclica regolarità il respiro musicale del Sahara o, meglio, il Ténéré in lingua Tamashek (o “Tamasheq”) l’idioma parlato dai Tuareg; anzi dai Kel Tamahq, sempre nella loro lingua. E vibra che è una meraviglia. E da tempo. E non può esser altrimenti. Quell’area geografica, Mali in primis, è tra le terre più musicali del pianeta. Che ha nella musica e nella poesia le proprie radici millenarie che definiscono l’appartenenza identitaria.
Tradizioni che sono state capaci di vestire un paio di nuove ali che le permettono di raggiungere pubblici eterogenei sparsi ai quattro angoli dell’orbe. Accade da tempo lungo il fiume Niger, nelle grandi distese saheliane e sahariane abitate dai nomadi Tuareg. Ma anche a Gao, a Timbuktu e Bamako dove albergano altre etnie quali i Bambara, i Fulani, i Songhoi che collaborano a render il Mali culla e fucina di artisti a dir poco straordinari, un concentrato irresistibile di fibrillazioni sonore.

Pur riconoscendo l’assoluta qualità, la bellezza, l’intensità di artisti quali Oumou Sangare o Fadimata Diawara, straordinari esempi anche di impegno civile, o musicisti e interpreti leggendari quali Selif Keita o il compianto maestro della Kora Toumani Diabatè, confesso un debole per i custodi del deserto, per quelle immense porzioni di sabbia dove il silenzio ha il suono del vento, e chi vi dimora conosce il linguaggio delle stelle.
Tinariwen in tamashek significa “deserti”. Significativa la scelta del nome per identificare quanto e come e il deserto significhi per questo ensemble di musicisti e attivisti. Che seppur godano di successi internazionali e degli apprezzamenti incondizionati della comunità artistica il cordone ombelicale col loro habitat è inossidabile. E non può che esser così tanto è granitica la simbiosi con le dune ondivaghe, le impalpabili piste tracciate dalle carovane, la ricerca della propria interiorità. E non a caso. Il loro ultimo album, ad esempio, è nato sotto le stelle di un’oasi nel deserto dell’Algeria meridionale, nel parco nazionale del Tassili N’Aijer famosa per gli antichissimi reperti di arte rupestre.

Tuareg dell’Azawad (Mali settentrionale) i Tinariwen governati dal leggendario Ibrahim Ag Alhabib si conobbero imbracciando i kalashnikov nei campi d’addestramento allestiti da Gheddafi nel sud della Libia. Perché in filigrana si leggono le innumerevoli rivolte per ottenere l’autonomia politica, che presero avvio fin dall’indipendenza del Mali dalla Francia, nel 1960. Ai fucili scelsero poi le chitarre, alla lotta armata la musica, le parole, il deserto. Convinti che lottare per la propria indipendenza, per i diritti e l’autodeterminazione delle loro tribù e il relativo riconoscimento della propria ricca ma bistrattata cultura possa transitare attraverso la musica e i messaggi che può veicolare. Che sono di orgoglio, impegno e autenticità.
Nel raccontare una storia corale, in cui l’arte e la vita si intrecciano sulle note di un “desert blues” ipnotico, elettrificato, potente ornato di assoli che si estendono all’orizzonte. Stratificazioni musicali in cui le proprie tradizioni musicali si incrociano col blues e il rock. Quello che le radio diffondevano nei campi d’addestramento. A volte dilatato come la vastità del deserto, altre dolente, nostalgico in cui domina “l’assouf”. Termine che traduce quella condizione diffusa dello spirito paragonabile alla “saudade” brasiliana. E che indica uno stile musicale che soffia tra le sabbie accecanti del deserto.
È musica di resistenza, anche poetica ma di resistenza. Di un popolo senza confini e nazionalità, distribuito in tribù nella vastità del Sahara tra Mali, Algeria, Niger, Mauritania. Resistenza etica, culturale, sociale, identitaria. Oltre a valorizzare le proprie tradizioni i Tinariwen riflettono sull’esperienza dell’esilio, raccontando la nostalgia per la patria e la lotta contro le ingiustizie sociali e politiche di cui i Tuareg sono vittime da tempo; tanto, troppo tempo. Come cantano, con orgoglio, la semplice bellezza quotidiana del nomadismo le cui gioie fluiscono copiose, giorno dopo giorno nelle loro vite.
Imarhan, Bombino, Tamikrest, Tartit, Toumast, Mdou Moctar sono solo alcuni dei fiori germogliati negli anni tra le dune. E dei quali ne ho particolare cura.
“Ho sempre amato il deserto. Ti siedi su una duna di sabbia. Non vedi niente.
Non senti niente. E tuttavia qualcosa brilla nel silenzio”
Antoine de Saint-Exupery



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