In alto i calici: il giubileo dei Vad Vuc
- Gian Luca Verga
- Feb 22
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È una forma di amare. La vita, la musica, i propri simili. Nel rispetto reciproco, nella bellezza della diversità. E che si esprime nelle loro storie che brulicano di bruciate umanità. Il giubileo dei Vad Vuc non può lasciarci indifferenti. Volenti o nolenti perché per chiunque alberghi nelle nostre lande, periferiche certo, ma grazie a loro dal valore universale, sono da un quarto di secolo un punto di riferimento. Perché oltre ad esser garanzia assoluta di festa, di quelle strabilianti, colossali sono voce, e a volte coscienza, collettiva, poetica ma anche sociale. Della nostra comunità. E spesso vestendo gli abiti sgargianti del giullare a cui è concessa libertà di parola e di critica attraverso la satira, l’umorismo, lo sberleffo. E la poesia. Tanta poesia. Diffusa in un canzoniere corposo di splendide, emozionanti canzoni in cui specchiarsi, gioire, ballare, riflettere, raccogliersi. Un canzoniere che è pure collante sociale perché figlio della potenza della grande musica popolare. Quella che ci ricorda chi siamo e da dove veniamo, coi nostri talenti e le nostre miserie, le nostre luci e le nostre ombre. E questa canzone vanta un forte potere aggregativo. Ogni loro concerto è rituale collettivo, oltre che benefico sabba sonico. Nel quale espellere le tossine della vita, sudare, purificarsi.
Come detto le loro composizioni vantano la potenza della grande musica popolare. Nata come sappiamo dalla loro fascinazione per l’Irlanda, i suoi “reel” ubriacanti, le sue gighe contagiose e il gusto tostato della Guinness. Quella che gli permette di imbracciate e suonare anche gli strumenti dei nonni come mitraglie. Che si nutre delle nostre tradizioni ed è cresciuta nell’alveo della canzone d’autore. E che poi ha spiccato sempre più il volo. Canzoni, album, premi, concerti mozzafiato fino all’ultimo respiro, e poi la qualità della scrittura, delle produzioni, del ricco e avvincente impasto musicale senza scordare il costante impegno sociale e umanitario che “i ragazzi” profondono copiosamente. Le radici e le ali, dunque, che hanno sedotto pubblici un po’ ovunque, anche fuori dai nostri confini. E e artisti, tanti, coi quali condividere, arricchendolo, il loro lungo viaggio, il loro e il nostro viaggio.
Ripercorrerne la storia è pleonastico. I Vad Vuc sono un bene prezioso, anzi un bene rifugio dal valore collettivo inestimabile. Artistico, umano e sociale innegabile. Appartengono a una biodiversità musicale preziosa affrancata dalle mode, delle tendenze, dalle oscillazioni e bizze del gusto. Ecco perché sono anche una bussola grazie alla quale orientarsi. Non fosse per la koinè che esprimono, il linguaggio comune sentimentale e non che ci racconta. E sarebbe magnifico oltre che utile pubblicare un’antologia dei loro testi anche a favore delle scuole; da “In fuund al tavul” o “Gli occhi di Shangai” alle ultime del “Disco postumo”. Di quelle antologie preziose, rilegate con cura con la costa dorata. Simpaticamente irriverenti, poetici, generosi e selvaggi, ma soprattutto genuini e veri. Teniamoceli stretti i Vad Vuc, rappresentano la parte migliore del cantone.




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