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Mauro Pagani, gli ottant'anni del Maestro

  • Writer: Gian Luca Verga
    Gian Luca Verga
  • Feb 13
  • 2 min read

Il genetliaco tondo tondo di Mauro Pagani non può passare sottotraccia, almeno per me. Non fosse che è tra i musicisti più significativi e ispirati degli ultimi 50 anni nell’ambito della storia della musica italiana, quella con la “S” maiuscola, quella che ha generato capolavori assoluti. Un artista, un intellettuale, un uomo per il quale nutro una sorta di venerazione e la cui amicizia mi onora. Pagani vanta un passato avvolto nella leggenda e un presente ancora in grado di sorprendere e stupire. Musicista, polistrumentista, produttore, direttore di rassegne concertistiche, autore di colonne sonore (per Salvatores in primis) è anche l’uomo alla svolta dei tempi per il grande cantore genovese: Fabrizio De André. Dal loro sodalizio umano e artistico nacquero, come sappiamo, due capolavori assoluti, due album meravigliosi: “Creuza de mä” e “Le nuvole”.

 “Fabrizio ed io, col quale iniziai a collaborare nel 1981, eravamo come due Salgari: scarsa esperienza di viaggio, molte letture (“I viaggi di Alessandro Magno in Oriente ad esempio) e l’ascolto di tanta musica, soprattutto quella che si affaccia sulle coste del Mediterraneo”. Si parlava di “musica del Mediterraneo” ma a noi due interessava capire cosa fosse, cosa significasse.  E dopo aver scartato l’idea di inventare una lingua, una sorta di “esperanto” perché sarebbe risultato artificiale, Fabrizio ebbe l’idea di utilizzare il “genovese”, arcaico, letterario, la lingua della sua memoria che anche i genovesi non parlavano quasi più. Elaborammo una lingua che poteva diventare “franca”, di confine, comprensibile dai marinai Turchi, Libanesi, Catalani, Nordafricani… “


Dunque, l’artista bresciano è stato colui che ha reso tangibile il sogno di Faber. Un’alchimia umana e artistica, un’alchimia che ha fatto la differenza amplificando un’intuizione, un’intima esigenza artistica, sociale, culturale. L’alchimia come sappiamo è l’arte di trasformare una materia in un’altra. La musicalità di Pagani, che proveniva dal rock e dal progressivo irrorato dalle musiche “altre” che amava e studiava si è fusa con il cantautorato di matrice statunitense di De André per diventare “altro” ancora, grazie anche ad una materia e un luogo magico: il Mediterraneo. “Per capirlo e cantarlo con il carico umanità, storia e civiltà che conteneva salpammo per mare.”


Pagani è una sorta di grande vecchio, di stregone depositario di arti musicali stupefacenti e la sua traiettoria artistica lo conferma per quanto ricca di collaborazioni, progetti, produzioni discografiche disseminate ovunque. Una storia e una “traiettoria” che con Stefano Franchini abbiamo raccolto tra le mura delle Officine Meccaniche di Milano in occasione della pubblicazione di “Nove vite e dieci blues” edito da Bompiani.




Qui sotto invece una lunga intervista radiofonica del 2015; il programma di Rete Uno si chiamava "Ogni maledetto sabato".





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© Gian Luca Verga

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