Scrivere, suonare e stare dentro la rabbia e i sogni del proprio tempo. Auguri John!
Uno sparo nel buio. Uno sparo come tanti nell’oscurità della Grande Mela, la notte dell’8 dicembre 1980. John s’accascia al suolo e poco dopo spira. Un colpo improvviso, vigliacco, inaspettato, che consegna all’eternità un uomo e un artista che era già stato “più famoso di Cristo".
Celebre lo divenne negli anni ‘60 quando con Paul, George e Ringo partendo da Liverpool ridisegnò i confini della musica e travolse il mondo intero assurgendo a icona planetaria, a volto di quella controcultura giovanile che il rock’n’roll più ruspante e viscerale preconizzò verso la metà degli anni '50. E del quartetto Lennon, infanzia difficile sulle rive del fiume Mersey, era l’intellettuale, quello che meglio traduceva con parole e musica la loro irridente ideologia, il loro elegante anticonformismo, le provocazioni e con la forza visionaria e ironia.
Riuscivano a esprimere e condensare ciò che si respirava e l’elettricità che attraversava il pianeta.

Se ne andò così John Lennon. Alle 22.50 davanti Dakota Building nell'Ûpper West Side di Manhattan. Presto, troppo presto. E quando un “visionario” si congeda, qualsiasi professione svolga, siamo obiettivamente tutti più poveri. Non ce ne rendiamo conto, ma è così. Nell’ambito artistico, nella musica in particolare tra i molti cito Gaber, Faber o anche Strummer, Ian Curtis, Marley, i membri del "Club dei 27". La lista è lunga. Visionari, veggenti, dispensatori del germe del dubbio, fustigatori a tratti veementi di una pseudo morale, e relativi abiti mentali, che conduce inevitabilmente alla deriva, che ci mantiene sospesi tra le brume dell’oblio, del rincoglionimento, del torpore della coscienza e dell’ignoranza. Ognuno attraverso la propria cifra stilistica, sensibilità e poetica. Hanno cercato di risvegliare un sogno, di allertare e stimolare le coscienze, favorendo il pensiero critico quale bastione, argine, resistenza etica rispetto a quello “dominante”. Che ci farà sentire anche “up to date” ma inevitabilmente omologa, tarpa le ali, mortifica le diversità, svilisce la nostra energia, anche creativa. Una sana ribellione costruttiva, etica; questo ci dicevano e dicono uniti dal rispetto e dall’amore per l’uomo e per un ideale di umanità in via d’estinzione. Facevano “fiorire bellezza” insomma.

Del quartetto Lennon, infanzia difficile sulle rive del fiume Mersey, era l’intellettuale, quello che meglio traduceva con parole e musica la loro irridente ideologia, il loro elegante anticonformismo, le provocazioni, la forza visionaria. Riuscivano a esprimere e condensare ciò che si respirava e l’elettricità che attraversava il pianeta. Riuscivano a esprimere e condensare ciò che si respirava e l’elettricità che attraversava il pianeta. La loro leggendaria parabola è storia conosciuta, roba da libri di storia: i dischi, le innovazioni musicali e poetiche, i film, l’Oriente, le esperienze lisergiche, la “Beatlesmania”. Ma l’incantesimo svanisce e John, con rinnovata coscienza, si affaccia agli anni ‘70 battendo i sentieri del pacifismo, in prima fila nelle lotte politiche e civili: contestando ad esempio la politica di Nixon, organizzando i celebri ben-in con la moglie Yoko per sensibilizzarci sui problemi del terzo mondo, riconsegnando l’onorificenza a Sua Maestà. E poi, beh, la necessità di scrivere, suonare e stare dentro la rabbia e i sogni del decennio agli albori. E una manciata di brani manifesto li regala ancora fino a intonare da profeta disarmato qual era “Imagine”, l’universale inno anarcoide che ancora oggi attraversa con incredibile forza poetica il tempo e lo spazio.
Auguri John, (9.10.40), ovunque tu sia a "immaginare" mondi migliori, in cui razze e le culture dialoghino nel rispetto assoluto dei più elementari diritti umani e civili



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