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Sono solo inutili "canzonette"?

  • Writer: Gian Luca Verga
    Gian Luca Verga
  • Feb 24
  • 4 min read

Pur non avendo  ancora le orecchie lastricate dalle canzoni che da questa sera sfileranno sul palco dell’Ariston, sono cosciente che il loro reiterato ascolto  sarà la punizione che ci verrà inflitta nel corso delle prossime settimane. E con la complicità della radiofonia, dei social, delle campagne pubblicitarie. E saranno canzoni che volenti o nolenti ci azzanneranno ai polpacci per non lasciarci più fino alle porte dell’estate. Non tutte certo, molte finiranno nell’umido a tempo di record.

 

Ammorbante la cacofonia di parole, dibattiti, programmi, dotte riflessioni che dallo scorso autunno tirano la volata all’evento. Uno tsunami mediatico che ci ha già stremato nel corpo e nello spirito. Gli annunci in seno al TG di prima serata tra un bombardamento in Ucraina, un femminicidio (scegliete voi quale che c’è l’imbarazzo della scelta), un reportage da una Gaza disperata stretta dalla morsa del freddo e della fame. L’ annuncio del cast provocò il classico sollevamento di scudi: al netto di 4/5 nomi è uno tra i cartelloni più sciapi, mediocri degli ultimi decenni. Anche se la formula aurea è rispettata: c'è la quota anziani, il tributo a Napoli e quello ai villaggi vacanza, la toscanità, la gioventù che bussa gagliarda sotto l'aurea del termine "big" (che da anni a Sanremo ha perso valore); i figli d'arte di cui nessuno acquista un biglietto che sia uno per i loro concerti, una che con tutta la brava gente che c'è in giro è sempre lì (Lamborghini) e davvero non capiamo il perché. O forse sì, ma apriremmo un lungo e tedioso capitolo. Aggiungiamo promesse mai sbocciate, fenomeni di Tik Tok o ancora i giovani in quota Rap-Trap che se hanno volti pittati di tatuaggi meglio ancora. Un cast schizofrenico che davvero non rappresenta lo stato, la qualità e lo spessore della migliore musica italiana. Ma parleranno come sempre le canzoni e il loro gradimento tra il pubblico.

 

Ricordiamo anche la corrida tra le giovani proposte sempre in prima serata e lo stillicidio degli ospiti e co-presentatori che guadagneranno l’ambito palco, anzi i palchi; “l’affaire Pucci”, gli spot ecumenici.  Tutto centellinato con mestiere dal “ragioniere dell’etere” Carlo Conti. Una boccata d’ossigeno l’ha offerta l’olimpiade Milano Cortina che monopolizzando il monoscopio ha silenziato la potenza di fuoco allestita per tirar la volata.

 

Ma come molti spesso ci ricasco, l’abisso risucchia. E così Infrango la prima regola del club: non dire che guardi il festival. Ma vuoi che dalla fine degli anni ’80 sono sceso in Riviera per la Radiotelevisione svizzera almeno una ventina di volte, divertendomi anche.  Vuoi che in sala stampa l’ambiente è spesso gagliardo, che abbia assistito in prima persona a scene tragicomiche che hanno scolpito la storia della kermesse e poi, qualche relazione con gli artisti in gara l’ho intrecciata. Ci ricasco, oggi con uno sguardo più distratto, pur rendendomi conto della pochezza artistica, musicale, letteraria delle canzoni. Salvo rare eccezioni.  Canzoni che spesso rimangono rumore di fondo a fronte delle polemiche - poche quest’anno per la verità - del trash e del gossip che la kermesse genera a regola d’arte. Polemiche e scandali che storicamente sono nutrimento del festival e funzionali alle attenzioni mediatiche e nazional popolari

 

Nelle scorse ore l’Accademia della Crusca come da tradizione ha puntualmente offerto una disamina sul linguaggio utilizzato nelle canzoni e, salvo rare eccezioni, il risultato è mediocre. Nessuna invenzione, nessun guizzo. Spicca solo Ermal Meta, unico sguardo sulla realtà affrancato dalla bolla sentimentale. Perché è l’amore che domina come da copione, Amore tormentato, finto, tossico, fragile.  Il campionario è ampio e scontato. Confrontarsi col presente è un’eresia. Quanto è distante dall’urgenza dei nostri tempi. Immaginereste sul palco dell’Ariston uno show simile a quello che Bad Bunny ha offerto durante il Super Bowl? Dove la gioia è anche ribellione e la festa un momento di riflessione sociale e politica? Saremmo oltre la fantascienza!  

 

Ma sappiamo che la sperimentazione per l’ambrato Conti non ha diritto di cittadinanza. Difficilmente investirebbe su chi potrebbe sparigliare le carte con guizzi, sorprese e invenzioni. Al festival tutto deve esser emolliente, lenitivo consolatorio al pari degli autori, i soliti noti, che da tempo si spartiscono la scrittura e la produzione di quasi tutte le canzoni in gara. Da cui discende anche l’appiattimento della proposta e la scelta tanto dei co-conduttori quanto degli ospiti.  

 

Perché tutto è finalizzato all’Auditel e agli introiti che il festival genera. Per la Rai, la città, la regione. La Rai che detiene i diritti investe circa 20 milioni per l’organizzazione e la produzione. Ne incassa circa 40 tra introiti pubblicitari, vendita di biglietti e altre voci significative. Si spiega anche così la quantità industriale, ubriacante dei programmi dedicati al festival, spolpato fino al midollo perché del maiale non si butta via niente. Notevole anche la ricaduta sulla filiera turistica della città, zone limitrofe incluse: il Sole 24 ore la calcola attorno ai 200 milioni di euro. Grazie all’hype della manifestazione da anni in crescita esponenziale. E non da ultimo l’impatto del festival sul mercato musicale italiano; il fatturato delle case discografiche è nettamente in crescita trainato dallo streaming.

 

Si evince allora che a Sanremo non vanno in scena solo “canzonette”, ahimè fino a notte fonda. È un poderoso e invidiabile impianto economico che si autofinanzia, generando utili vitali per la Rai, iniettando al contempo centinaia di milioni nell’economia italiana. Praticamente un circolo virtuoso.   

 

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